martedì, 13 maggio 2008

Pericoli La Slc-Cgil analizza i bilanci dal 2002 al 2006. E lancia l’allarme. Le possibili perdite

Rai, dai conti agli appalti: ora va in onda il declino

L’azienda spende il 64% dei ricavi per acquistare fiction e varietà Ma aumentano anche i costi interni. Il rischio è finire come l’Alitalia

N on bastano 11.436 dipendenti fissi (più 1.872 contratti a tempo determinato). E non sono sufficienti neppure 43 mila collaboratori. La Rai non può fare a meno degli «appalti esterni», quasi non avesse energie e talenti all’altezza dei propri compiti. Se si tolgono i tg e qualche programma di informazione (come «Report» o «La Storia siamo noi») praticamente tutto quello che vediamo su Rai1, Rai2 e Rai3, dalla mattina a notte fonda, è confezionato all’esterno. Cuochi, pacchi, nonni, piste da pattinaggio, ballerini sotto le stelle, seggiole e divani. Tutto, o quasi: le fiction, i varietà della prima serata, i talk show, i documentari. Nel bilancio 2006 su un totale di ricavi pari a 3.111 milioni di euro, 1.516 sono stati stanziati per «l’acquisto di beni e servizi esterni», cui vanno aggiunti 580 milioni di euro di investimenti per comprare diritti televisivi. Totale: 2.096 milioni di euro spesi fuori casa, a fronte di 979 milioni di euro versati al personale interno. Il consuntivo del quinquennio 2002-2006 mostra che per ogni 100 euro che entrano nelle casse aziendali, 64,4 vanno ad alimentare una «mezza Rai» che negli anni si è sviluppata lontana dagli studi di Saxa Rubra o di via Teulada. Queste risorse si trasformano negli incassi delle società di produzione, tra le quali spiccano Endemol (che fa capo a un pool di azionisti guidato da Mediaset), Magnolia (De Agostini) e la Ballandi Entertainment. La Rai, l’azienda del servizio pubblico, la «compagnia di bandiera» della tv italiana, può andare avanti così? La Slc-Cgil (Sindacato lavoratori della comunicazione) ha fatto esaminare i bilanci degli ultimi cinque anni (2002-2006) da un gruppo di esperti coordinati dal consulente finanziario Sergio Cusani. Ed è giunta a una conclusione che è allarmante. No, la Rai non può continuare così, perché di questo passo l’azienda presieduta da Claudio Petruccioli è destinata al declino. Sia chiaro: non a un tracollo violento come quello dell’Alitalia; piuttosto un cedimento lento, ma inesorabile. Uno slittamento dei conti, con le perdite che si accumulano, gli investimenti che non tengono il passo dell’innovazione e le risorse del canone che non bastano più. L’analisi della Slc, guidata da Fulvio Miceli, parte da un pacchetto di dati «strutturali». Dal 2002 al 2006 (quattro anni e mezzo di governo Berlusconi, sei mesi con Prodi), l’azienda di viale Mazzini ha incassato 7.261 milioni di canone, cioè di denaro pubblico, più 5.900 milioni dalla raccolta pubblicitaria. Il 21,2% degli incassi (cioè 3.131 milioni) è stato investito soprattutto nell’acquisto di diritti televisivi (2.753 milioni). Solo una quota residuale, 482 milioni è servita per svecchiare il parco degli impianti, dei macchinari, delle attrezzature da studio. Negli anni il costo del lavoro è cresciuto con regolarità (dagli 868 milioni del 2002 ai 979 del 2006), oscillando su un livello pari al 20-21% dei ricavi. Completa il quadro la voce più cospicua, il 45,7% (6.751 milioni) destinato ai «beni e servizi esterni», da sommare ai 2.753 milioni di euro per investimenti «fuori porta» (18,6% dei ricavi), per un totale di 9.504 milioni pari al 64,4% del fatturato.
Di nuovo, attraverso le cifre, la Cgil arriva a quello che considera il passaggio cruciale: dal 2002 al 2006 «il ricorso a produzioni esterne è cresciuto in media dell’11%». Vista da un’altra angolazione: nel 2002 a fronte di un euro speso per i dipendenti, ce n’era 1,38 per gli esterni. Nel 2006 questo rapporto è salito fino a quota 1,46. Illuminante anche il confronto con gli altri operatori europei che si avvalgono del canone. Dall’esame del «piano triennale 2008-2010» messo a punto dai vertici di viale Mazzini, risulta che l’azienda italiana può contare sul 75% di lavorazioni interne, il 3% di co-produzioni e il 22% di esterne. Tuttavia, si legge nel documento del sindacato, «le produzioni interne di Rai attengono sostanzialmente ad attività a basso valore aggiunto e non caratteristiche del business». In altri termini in casa si fanno le cose più facili e, spesso, meno pregiate. Gli inglesi della Bbc, invece, hanno una quota più bassa di «interni» 62%, il 34% di co-produzioni e solo il 4% di esterni. La Bbc è inarrivabile? Non proprio. Basta osservare nella tabella pubblicata in queste pagine che i francesi di Tdf e i tedeschi di Ard si regolano nello stesso modo.
Fin qui i numeri di quella che la Cgil definisce «l’anomalia» della Rai. Lo stesso studio, comunque, sottolinea come l’impianto finanziario dell’azienda abbia sostanzialmente retto. A monte dell’attività il margine operativo lordo (nel 2006) pari a 702 milioni di euro, ha dato copertura a sostanziali investimenti. Il punto è che, anche qui, la gestione ha utilizzato i due terzi delle risorse all’esterno e il resto, 109 milioni, ai «beni tangibili» (fabbricati, impianti e macchinari). Il risultato è che il patrimonio interno diventa sempre più obsoleto e quindi è chiaro che, alla lunga, appare più semplice ricorrere alle lavorazioni esterne (studi, troupe eccetera).
Secondo la Slc-Cgil la tendenza sarebbe destinata a durare. Nel piano triennale 2008-2010 della Rai i costi esterni «non subiscono riduzioni»: si parte dai 1.327 milioni previsti nel 2007 e si arriva a 1.311 milioni nel 2010. Tuttavia la direzione generale di viale Mazzini è convinta di poter riportare i bilanci in attivo. Esiste, però, anche un’altra simulazione, quella del cosiddetto «scenario inerziale». Che cosa succederà se le dinamiche di spesa dei prossimi tre anni continueranno ad aumentare con il ritmo del biennio 2006-2007? Le cose si metterebbero male, avverte il gruppo di esperti guidato da Cusani. I conti chiuderebbero in rosso, accumulando a fine percorso (2010) una perdita di quasi 200 milioni e una posizione finanziaria negativa per 500 milioni di euro. E a quel punto la svolta sarebbe obbligatoria.
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categoria:rai
domenica, 11 maggio 2008
Il Pdl: Schifani diffamato da Travaglio
Il presidente del Senato renato Schifani
Il giornalista parla a "Che tempo
che fa" di Fabio Fazio: «Il Presidente
del Senato frequentava dei mafiosi».
La Rai si dissocia, esplode la bufera
ROMA
Renato Schifani? «Ora lo applaudono tutti, ma è un uomo che ha avuto rapporti con noti mafiosi e con persone poi condannate per mafia». Marco Travaglio torna a colpire, e lo fa a «Che tempo che fa», ospite di Fabio Fazio. Dal centrodestra partono subito le polemiche, e sono durissime.

Il più pronto è il capogruppo del Popolo delle libertà al Senato, Maurizio Gasparri: «Le offese al presidente Schifani troveranno la giusta risposta nelle sedi giudiziarie». E ancora: «Il problema investe i vertici della Rai e in particolare il direttore generale (Claudio Cappon, ndr), il cui mandato per fortuna cessa tra venti giorni. La vergognosa utilizzazione diffamatoria della Rai non può proseguire e di questo devono rendersi conto anche i consiglieri in scadenza ma ci auguriamo non scaduti in termini morali».

Travaglio ha accusato il presidente del Senato rispondendo a una domanda di Fazio su chi decidesse la gerarchia delle notizie. «I politici», ha risposto Travaglio, spiegando che l’elezione di Schifani è stata applaudita e ha preso il sopravvento su altre notizie date da giornalisti elevati dalle istituzioni ad eroi. Già nella serata di ieri il direttore di Rai Tre Paolo Ruffini si è dissociato dalle affermazioni di Marco Travaglio «e bene ha fatto Fabio Fazio - ha detto - a dissociarsi anche lui immediatamente».

«In un malinteso concetto di libertà - ha precisato Ruffini - Travaglio ha, nel corso di un ragionamento che aveva prima a che fare con la qualità della politica e poi con il lavoro dei giornalisti, gratuitamente offeso la seconda carica dello Stato. L’esercizio della libertà di opinione non può mai sconfinare nell’offesa personale ed è ancora più grave se questa viene rivolta a chi rappresenta le istituzioni». «Bene ha fatto Fabio Fazio - conclude - a dissociarsi immediatamente. Mi dissocio dalle affermazioni di Travaglio e ne stigmatizzo il comportamento, a maggior ragione perchè ha violato uno spazio come quello di "Che tempo che fa" che si caratterizza per l’equilibrio e la correttezza dei toni».
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categoria:notizie
sabato, 10 maggio 2008

Milano 09/05/2008 16:48

Milano, spacciano per vivere: arrestata coppia pensionati 70enni

Milano, 9 mag. (Apcom) - "Come facciamo a vivere in due con meno di 900 euro al mese?" Così un una coppia di pensionati ultrasettantenni di Milano ha risposto al dirigente del commissariato di Cinisello Balsamo Angelo Murtas che gli chiedeva il perché alla loro età si erano messi a spacciare dopo aver rinvenuto nella loro abitazione oltre due etti di cocaina, 5.300 euro in contanti e 200 dollari pagati da un turista americano per acquistare lo stupefacente. Martedì scorso, 6 maggio, Murtas si apposta con alcuni dei suoi uomini sotto una palazzina d'epoca ristruttura in via Mortara, in zona Porta Genova a Milano. In questo stabile, secondo quanto raccolto nel corso di un'indagine sullo spaccio a Cinisello, si riforniscono diversi consumatori. Al citofono è un via vai di acquirenti e gli agenti in breve tempo riescono a captare qual'è l'appartamento da contattare e la parola chiave ("Pino") per avere lo stupefacente. Murtas al citofono la spara grossa: "Pino 70" (cioè: "voglio 70 dosi). L'uomo che risponde non fa una piega: "Arrivo, aspettami". Quando lo spacciatore scende per i poliziotti è una vera sorpresa: è un signore anziano, un ex corniciaio di 73 anni con piccoli e ormai vecchi precedenti penali. In mano ha una busta con 70 dosi di cocaina e nelle tasche un'altra decina, tutte confezionate come le storiche caramelle "Mu" e contenenti poco più di 1,3 grammi l'una. Nella successiva perquisizione dell'abitazione, gli agenti trovano la moglie dello spacciatore, una ex casalinga 70enne che si è sempre arrangiata facendo la "sartina" in casa, che nella sua macchina da cucire nasconde altre centinaia di "caramelle" per un totale di oltre 200 grammi. L'uomo viene arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti e portato a San Vittore, dove ieri gli è stata notifica la convalida del fermo effettuata dal Gip. La donna, malata, viene invece denunciata e può continuare a rimanere nella sua casa, scossa e arrabbiata con il suo compagno di una vita che, probabilmente, l'ha coinvolta in una faccenda che lei non ha mai condiviso. Quando Murtas chiede all'uomo il perché non si gode la pensione, arriva una risposta secca e disarmante: "Io prendo 580 euro, mia moglie altri 300, come facciamo ad arrivare a fine mese? Mi hanno proposto questa cosa e io non ho resistito". La cocaina spacciata dalla coppia, era "normale" o "super", cioè più pura e confezionata in speciali "caramelle" di colore giallo fosforescente che venivano vendute a 100 euro, 20 euro in più di quelle "normali". In casa dei due pensionati gli agenti hanno rinvenuto anche diversi sacchetti trasparenti solitamente usati per i surgelati sporchi di cocaina, segno che probabilmente i due coniugi avevano a disposizione quantitativi molto elevati di stupefacente.

Fonte: Apcom

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sabato, 10 maggio 2008
Il discorso di Benedetto XVI nel 40mo anniversario dell'enciclica "Humanae vitae"
Riaffermato con forza il no agli anticoncezionali e alla fecondazione assistita

Il Papa: "Sessualità non sia droga
la dignità della persona va difesa"

Aprire alle coppie omosessuali favorisce il calo demografico


<B>Il Papa: "Sessualità non sia droga<br>la dignità della persona va difesa"</B>

CITTA' DEL VATICANO - "Se l'esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i tempi della persona amata allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell'amore, ma il primo luogo la dignità della persona stessa". Benedetto XVI è tornato ad affrontare il tema durante l'incontro con i partecipanti al congresso per i 40 anni dell'enciclica Humanae vitae che nel 1968 sancì la contrarietà della Chiesa cattolica a ogni mezzo di controllo artificiale delle nascite, di cui il Pontefice ha confermato in pieno la validità. E l'ha fatto per ribadire ancora una volta la sacralità della vita, quella vita che "in una cultura sottoposta alla prevalenza dell'avere sull'essere rischia di perdere il suo valore".

"Come credenti non potremmo mai permettere che il dominio della tecnica abbia ad inficiare la qualità dell'amore e la sacralità della vita - ha aggiunto Ratzinger riaffermando con forza le posizioni dell'enciclica - Nessuna tecnica meccanica può sostituire l'atto d'amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione. La trasmissione della vita è iscritta nella natura e le sue leggi permangono come norma non scritta a cui tutti devono richiamarsi".

Nell'enciclica di Paolo VI, ha proseguito il Papa, "l'amore coniugale viene descritto all'interno di un processo globale che non si arresta alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo sentimento, spesso fugace e precario, ma si fa carico dell'unità della persona e della totale condivisione degli sposi che nell'accoglienza reciproca offrono se stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che scaturisce da una genuina scelta di libertà".

"Come potrebbe - ha detto ancora Benedetto XVI - un simile amore rimanere chiuso al dono della vita? La vita è sempre un dono inestimabile; ogni volta che si assiste al suo sorgere percepiamo la potenza dell'azione creatrice di Dio che si fida dell'uomo e in questo modo lo chiama a costruire il futuro con la forza della speranza".

Per la Chiesa, oggi come quarant'anni fa, separare la sessualità dalla procreazione è sbagliato ed espone al rischio dell'infelicità. E questo legame va rispettato sia scegliendo di non usare anticoncezionali sia, nel caso i figli non arrivino, rinunciando all'uso delle tecniche per la fecondazione assistita.

A questo tema è strettamente legato quello delle coppie di fatto che il Papa ha affrontato direttamente ricevendo in visita ad limina i vescovi d'Ungheria. Creare una mentalità permissiva su questo fronte, ha detto Ratzinger, contribuisce alla grave crisi dell'istituzione familiare, testimoniata dalla notevole diminuzione dei matrimoni e delle nascite, oltre che dall'impressionante aumento dei divorzi.

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sabato, 10 maggio 2008

Marcelletti, le mamme lo rivogliono

"Scortatelo ma fatelo lavorare"

Le mamme dei pazienti del reparto di Cardiochirurgia pediatrica del Civico di Palermo si sono schierate con il professor Carlo Marcelletti, ai domiciliari per truffa, concussione, peculato e possesso di materiale pedopornografico. "Non potete tenere lontano dal posto di lavoro una persona così valida solo perché non sono figli vostri quelli che stanno dentro all'ospedale. Scortatelo, seguitelo, ma fatelo tornare", è stato il loro appello.

"Mancando una figura così di spicco - hanno aggiunto - all'interno del reparto sono tutti allo sbaraglio".

Il direttore generale del nosocomio, Francesco Licata di Baucina, da parte sua si è già impegnato a rafforzare la struttura con nuovi innesti di professionalità e con accordi con l'Ismett di Palermo, il centro d'eccellenza per i trapianti. Intanto, una class action nei confronti del cardiochirurgo sara' promossa dall'avvocato romano Nino Longobardi che, a titolo gratuito, intende coinvolgere nell'azione legale collettiva pazienti e parenti di degenti "che si ritengano il medico responsabile di avere leso il loro diritto all'assistenza sanitaria".

L'avvocato ha annunciato che chiamerà in giudizio anche l'amministrazione pubblica "nel caso in cui non si dovesse costituire parte civile al processo a Marcelletti".

E ancora: "E' scandaloso che decine di pazienti siano stati indotti a versare soldi per poter ottenere presunte corsie preferenziali nel trattamento delle malattie. Spero che questa azione collettiva faccia piena luce su come viene gestita la sanità". tgcom

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sabato, 10 maggio 2008

“Diffamatore abituale!”

Maggio 9, 2008 on 9:28 pm | In Politica | 50 Comments


Da ieri Vittorio Sgarbi non è più assessore alla cultura di Milano. Ha ascoltato il nostro invito e s’è dimesso per incompatibilità morale? No, ha atteso che fosse lady Moratti a cacciarlo. “Ha offeso i cittadini e le istituzioni”, si legge nella lettera di licenziamento. Come darle torto? Il problema è che lo fa da vent’anni. Meglio tardi che mai. Le cronache raccontano che il pregiudicato per truffa allo Stato e diffamazione di magistrati non l’abbia presa bene. S’era affezionato alla poltrona. Ma non si perde d’animo. Si è precipitato a Roma, a chiedere udienza a Berlusconi. Non gli dispiacerebbe un incarico da sottosegretario alla cultura, in modo da poter riprendere la vecchia abitudine di farsi aprire i musei di notte. L’ho sentito questo pomeriggio al telefono. Gli ho chiesto un’intervista, ma ha rifiutato. L’ho trovato mogio, un po’ fiacco perfino negli insulti. Ha dichiarato di essere un seguace del “pluriomicida Grillo, modello perfetto di diffamatore”. Ha ripetuto che era suo dovere comportarsi come s’è comportato ad Anno Zero, per difendere Veronesi e Napolitano da un’aggressione diffamatoria. Ha negato di aver agito su commissione: “io insulto per conto mio”. Ha ammesso, mentendo, solo una condanna su trecento querele per diffamazione di magistrati, glissando su quante volte l’ha scampata grazie all’insindacabilità parlamentare. Ha aggiunto che la condanna per truffa allo Stato e falso è frutto dell’incapacità del giudice, perché lui ha sempre dato “cultura e intelligenza” allo Stato. Quando gli ho ricordato il succo della sua ragion pratica, cioé la dichiarazione: “il sistema è così corrotto che tanto vale trarne vantaggio”, s’è tolto d’impaccio dandomi del corrotto. Poi s’è prodotto nella sua performance preferita, la tiritera di insulti gratuiti: “Ladro! Ladro! Ladro di parole! Delinquente! Tu sei un truffatore! Furfante! Corrotto! Delinquente! Falsario! Mentecatto! Diffamatore abituale!”. E’ sempre un piacere sentirlo delirare. Questa volta non posso condividerlo con voi, per non consentirgli appiglio a qualche cavillo giuridico. Però mi toglierò lo sfizio di querelarlo, visto che non è più deputato, per punirlo dell’abuso dell’insindacabilità parlamentare. Senza di lui ci divertiremo di meno, ma non ci mancherà. L’abbiamo interpellato con una certa insistenza in quest’ultimo anno per un solo motivo: è l’espressione di un’Italia che proprio non ci piace. E chi non fiata, acconsente.
Se vi capita a tiro di voce, criticatelo anche voi!

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sabato, 10 maggio 2008

2008-05-09 19:03

FISCO ON LINE: PRIMO DENUNCIATO PER VENDITA DATI

ROMA - Un trentenne impiegato in un'azienda di servizi di Prato: è il primo denunciato in Italia per aver tentato di vendere le dichiarazioni dei redditi degli italiani dopo averle scaricate da internet. L'uomo è finito nella trappola tesa dalla Polizia postale, che lo ha denunciato per violazione della privacy in attuazione della delibera del Garante, e ora rischia fino a tre anni di carcere.

Da giorni, come richiesto dalla Procura di Roma, la polizia postale stava monitorando la rete per individuare sia gli utenti che si sono scambiati i file con i redditi degli italiani sia quelli che li hanno messi in vendita. Uno di questi era proprio l'impiegato di Prato, che offriva un cd con tutta la lista a 35 euro. Una volta presi i contatti con il 'venditore', gli agenti gli hanno dato un appuntamento, ma invece di pagarlo lo hanno denunciato. "Questo è un monito per tutti perché la diffusione dei dati è un reato - dice il direttore della divisione investigativa della Polizia Postale, Maurizio Masciopinto - Bisogna prendere coscienza che la facilità dell'utilizzo di internet non esclude il fatto che scaricando certi dati sensibili gli utenti possono provocare gravi danni ad altri". 'Danni di cui - conclude - possono essere chiamati a rispondere''. (ANSA)

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sabato, 10 maggio 2008

FIERA LIBRO: CORTEO TORINO, IN MIGLIAIA SENZA TENSIONI

TORINO - Si è concluso senza incidenti il corteo a favore della Palestina a Torino. Alla manifestazione hanno preso parte alcune migliaia di persone (2.000 per le forze dell'ordine, 8.000 per i promotori) che sono sfilate da Corso Marconi fino a Piazza Filzi, a ridosso di quella che gli organizzatori del boicottaggio a Israele alla Fiera del Libro hanno ribattezzato la "zona rossa", cioé l'area adiacente al Lingotto dove da giorni sono proibiti gli assembramenti. All'interno del Lingotto tutto è filato liscio: gli appuntamenti in programma si sono svolti normalmente. Forse solo un po' in calo l'affluenza, ma erano tanti i giovani e le famiglie con bambini che hanno affollato i padiglioni. Nessun particolare momento di tensione lungo il percorso compiuto dal serpentone, con in testa un furgone dal quale gli altoparlanti diffondevano musica e slogan e una bandiera della Palestina di quattro metri per quindici, insieme a uno striscione con la scritta "Boicotta Israele, sostieni la Palestina". Sullo stesso striscione le immagini di sofferenza di alcuni bambini palestinesi, dei quali sono riportati i nomi. Una gigantografia esposta nel corteo raffigurava invece la foto di quanto accaduto il primo maggio scorso in piazza San Carlo, quando bandiere di Israele e degli Usa sono state bruciate da un giovane con il volto coperto da una kefiah, la stessa sciarpa palestinese indossata oggi da molti manifestanti. In corteo anche un gruppo di dissidenti ebrei con lo striscione "Jewish against occupation (Ebrei contro l'occupazione)", secondo i quali quella di ospitare Israele a librolandia "non é un'operazione culturale, ma politica". Alcuni negozianti hanno, per precauzione, abbassato le serrande, ma la manifestazione si è svolta circondata più dalla curiosità che dalla paura: tante le persone che dai balconi hanno visto sfilare il corteo e scattato fotografie. Tra gli slogan, quelli a sostegno dell'Intifada e per il boicottaggio di Israele, ma anche contro il leader del Prc Fausto Bertinotti e contro polizia e carabinieri che presidiavano il percorso nelle strade laterali. Nessuna tensione vera neanche quando, alla fine del corteo, alcuni manifestanti hanno lanciato fumogeni colorati verso i cordoni di polizia e carabinieri, che li hanno rispediti al mittente. La manifestazione si è ufficialmente sciolta poco prima delle 18.30, ma la zona è ancora presidiata dalle forze dell'ordine, anche per vigilare su eventuali azioni dimostrative a sorpresa di gruppetti isolati.  ANSA

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sabato, 10 maggio 2008
Bankok | 10 maggio 2008
In piena tragedia la giunta birmana fa votare il referendum. E confisca altri due aerei di aiuti
In attesa degli aiuti
In attesa degli aiuti
Una settimana dopo il passaggio del ciclone, la giunta birmana ha voluto dimostrare che il Paese è sotto il suo totale controllo mantenendo il referendum e limitando l'entrata degli operatori umanitari. Più di un milione e mezzo di birmani sono stati colpiti da una delle peggiori catastrofi naturali della storia recente. Nonostante l'urgente bisogno, i generali birmani, ossessionati dalla difesa della sovranità nazionale, impongono condizioni drastiche all'ingresso degli aiuti internazionali.

Sequestrati altri due carichi di Onu di aiuti umanitari
La giunta militare ha sequestrato anche oggi  altri due carichi di aiuti umanitari della Nazioni Unite arrivati in aereo e destinati alle popolazioni colpite dal ciclone Nargis. Lo ha annunciato il Programma alimentare mondiale dell'Onu. Le autorità birmane avevano già sequestrato ieri i carichi di aiuti umanitari di altri due aerei del Pam, al loro arrivo a Rangoon.

Anche il partito della premio Nobel Aung San Suu Kyi si unisce alla denuncia degli ostacoli posti dal regime alla assistenza umanitaria, che, dice la LND, la Lega Nazionale per la Democrazia, principale forza di opposizione birmana - non fa che aggravare il numero già impressionante delle vittime del ciclone Nargis, chiede con forza all'Onu di intervenire con tutti i mezzi.

In piena tragedia si vota il referendum
E, oggi, il referendum per approvare una nuova Costituzione si è svolto nella maggior parte del Paese e la televisione di Stato ha diffuso delle clip musicali invitando la popolazione a votare "sì". Invito apparentemente raccolto visto che secondo testimoni e funzionari locali che hanno assistito allo spoglio dei voti l'80-90% dei suffragi sono a favore del nuovo testo costituzionale. I risultati definitivi del referendum non saranno annunciati fino a quando non si voterà, il 24 maggio, anche nelle zone colpite dal ciclone.

La nuova Costituzione
La giunta presenta la nuova Costituzione come un'apertura politica sostenendo che consentirà elezioni multipartitiche nel 2010. Ma, per l'opposizione guidata dal Premio Nobel della Pace Aung San Suu Kyi, il testo non fa altro che perpetuare la presa dei militari sul potere.

Malgrado le abbondanti risorse naturali soprattutto di gas, e mentre il regime conduce uno stile di vita dispendioso - le immagini del sontuoso matrimonio della figlia di Than Shwe sono circolate su internet a fine 2006 - il Paese negli ultimi dieci anni è sprofondato nella miseria. Secondo la Banca mondiale, una famiglia su quattro vive sotto la soglia della povertà.

"Mentre la maggioranza dei Paesi dell'Asia ha fatto dei progressi importanti in termini di pace, di libertà politiche e di crescita economica, la Birmania si è atrofizzata", sosteneva a gennaio un rapporto dell'influente gruppo di riflessione International Crisis Group. Ma, per Sunai Phasuk, consulente per l'organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw), mantenendo il referendum il regime "fa un errore ancora più grosso" dell'aumento dei prezzi del carburante all'origine delle manifestazioni guidate dai monaci l'anno scorso e violentemente represse dalle forze di sicurezza. "Sono state proprio loro a fornire valide ragioni ai gravi sollevamenti", afferma. "La giunta ha così ridotto i tempi della sua permanenza al potere". RaiNews 24
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categoria:notizie
sabato, 10 maggio 2008

Non capita spesso che il Washington Post pubblichi rivelazioni scomode per il governo Bush. Oggi lo ha fatto un suo bravo giornalista esperto in sicurezza nazionale, William Arkin; non sulla  versione cartacea, si capisce, però sul suo blog allegato al sito del giornale più importante d’America (1).

Nel suo blog, significativamente intitolato «Early Warning» (Pre-allarme), Arkin riferisce di una missione segreta che, secondo le sue parole, ha testato la capacità dell’USAF di attaccare di sorpresa le installazioni iraniane.

«Il 12 agosto 2007, quattro F16 sono decollati dall’Iraq per un volo di 11 ore fino all’Afghanistan orientale, attraversando lo spazio aereo di sei diversi Paesi, per poi lanciare una decina di bombe a guida laser su bersagli talebani». Un volo di 2.100 miglia, che ha richiesto ben 13 rifornimenti in volo: un record.

Tanto più che, secondo i comandi americani, giunti sopra la destinazione i piloti hanno «avuto una finestra di soli due minuti per lanciare le bombe». Sono gli stessi comandi dell’Air Force ad asserire che tutta la missione aveva per bersaglio «posizioni di Talebani in Afghanistan».

La cosa si è saputa solo perchè gli equipaggi hanno ricevuto un premio molto ambito nell’aviazione, il Clarence MacKay Trophy, per «il volo più meritevole del 2007». Ma Arkin ha controllato i notiziari di quei giorni, con tutte le fonti giornalistiche anche indipendenti, e non ha trovato notizie di bombardamenti. Nè il 12 agosto, nè il 13 nè il 14.

Per il 15 agosto, il governo afghano ha annunciato un’operazione su Tora Bora, con due sortite di aerei della coalizione che avrebbero ucciso una cinquantina di ribelli. Ma non si tratta certamente del volo-record. Gli aerei del 15 agosto sono decollati, come ovvio, dal territorio afghano.

Che bisogno c’è infatti, per completare un bombardamento in Afghanistan, di partire da 2100 chilometri di distanza in un volo di undici ore, sicuramente una dura prova fisica e mentale per gli equipaggi? Arkin ha scoperto altri particolari.

Gli equipaggi del volo-record sono partiti senza sapere lo scopo della missione, «per destinazione sconosciuta», ed hanno ricevuto le informazioni necessarie in volo, aprendo documenti sigillati. Il  comandante della squadra ha avuto solo 18 ore per preparare la missione. La quale era così segreta, che non era stata inserita nel Air Tasking Order, il quotidiano referto sui voli programmati che viene distribuito ai vari livelli militari USA: il che deve aver complicato non poco i rifornimenti di carburante in volo e gli stessi sorvoli sui sei Paesi attraversati.

Arkin conclude - ragionevolmente - che la missione, che non ha bombardato nessuna posizione importante in Afghanistan, serviva in realtà a provare un attacco-lampo, senza preavviso, contro
le installazioni iraniane. E che l’esperimento è riuscito.

Questa notizia assume inquietante rilievo nei giorni degli scontri in Libano - dove Hezbollah ha reagito ad una provocazione del governo di Hanna Siniora, sostenuto da USA e Israele - e in cui tutti i commentatori che ho consultato vedono una manovra per giustificare un attacco di vasta portata.

«E’ l’occasione che il Partito della Guerra aspettava da anni», dice Justin Raimondo, e ventila che i neocon attorno a Cheney abbiano in serbo «una sorpresa» (2). Raimondo è un anti-guerra.

Dall’altro capo dello schieramento, è riapparsa Judy Miller, la columnist del New York Times che nel 2003 fu al centro di uno scandalo, quando si scoprì che la signora diffondeva attraverso il suo giornale la disinformazione emanata dalla Casa Bianca, da Rumsfeld e da Wolfowitz. Tornata in auge, Judy Miller è riapparsa sul New York Times con una «rivelazione» che sembra provenire dalle stesse fonti di allora: Hezbollah, assicura, addestra terroristi delle milizie irachene... a Teheran. Tutti i «cattivi» riuniti insieme, da Hezbolllah ad Al Sadr a Bin Laden, e tutti sono guidati dagli iraniani.

E’ esattamente lo stesso tipo di tesi che Israele sta propagandando con tutti i mezzi (anche alla Fiera del Libro di Torino) in questi stessi giorni: Hezbollah non è altro che l’avamposto dell’Iran nel Mediterraneo, quindi è un pericolo non per Israele, ma per tutti i Paesi mediterranei.

«L’Iran è un pericolo non solo per Israele ma per il resto del mondo», ha detto il 4 maggio scorso Shimon Peres, il vecchissimo presidente israeliano (il loro Napolitano); aggiungendo che se l’Iran dovesse fornirsi di un’atomica sarebbe «un incubo». Peres è il padre politico della bomba atomica israeliana, perchè fu lui ad ottenere dalla Francia, negli anni ‘50, l’assistenza necessaria per costruire il reattore di Dimona. Ora ha «l’incubo»: Israele vuole restare l’unica potenza nucleare nella vasta area medio-orientale.

Da Gerusalemme, il giornalista Peter Hirschberg (3) riporta l’atmosfera: ormai, secondo i sondaggi, il 75% degli israeliani crede inevitabile una guerra contro «uno o più Stati arabi», benchè il 70% sia a favore di un accordo con i palestinesi e con la soluzione a due Stati.

Da Ottawa dove insegna, l’analista geopolitico Darius Nazemroaya (di origine iraniana) elenca tutti i segnali recenti che indicano una febbrile preparazione israeliana al conflitto imminente: chi è interessato può leggerlo; non lo traduco perchè sono annoiato di ricevere le solite accuse di «antisemitismo» e complottismo (4).

Mi limito a riferire che l’analista ricorda  la vastissima esercitazione di difesa civile, condotta su scala nazionale tra il 6 e l’11 aprile scorso, in cui Israele simulava la protezione dei civili da un attacco «nemico», in risposta ad un attacco israeliano. Nello scenario, migliaia di missili cadevano su Israele. Da Gaza, dal Libano (Hezbollah si dice abbia 13 mila razzi e missili), e dalla Siria.

Difatti, dal 2006 dopo la sconfitta in Libano, Israele conduce regolari esercitazioni che simulano un’invasione in Siria, con addestramento dei soldati in villaggi-modellosiriani allestiti sul Golan.  Secondo i siriani, a queste esercitazioni presenzia un generale USA. Già dal 2006, secondo il britrannico Sunday Times, «Iran e Siria sono al vertice dell’agenda militare israeliana».
E citano un generale sionista che dice: «In passato ci siamo preparati per un possibile colpo militare contro le installazioni nucleari iraniane. Ma l’accresciuta fiducia in sè dell’Iran dopo la guerra in Libano significa che dobbiamo prepararci a una guerra totale, in cui la Siria sarà una parte importante».

Secondo l’analista di Ottawa, tutti i preparativi delineano uno scenario in cui l’Air Force compirà un bombardamento a sorpresa delle centrali iraniane, mentre contemporaneamente Israele colpirà - in modo simultaneo e con incursioni nel territorio nemico - Hamas a Gaza, la Siria ed Hezbollah in Libano. In questa guerra totale non potrà non essere trascinata anche la Giordania, abitata da una maggioranza di palestinesi.

Gli iraniani proveranno a rispondere a un attacco con una ritorsione, a cui sono preparati: sostengono di potere lanciare migliaia di missili nei primi cinque minuti. Una vera guerra - di una settimana, prevedono i comandi israeliani (lo prevedevano anche in Libano nel 2006) - che avverrà  sulle coste del Mediterraneo, ossia sotto casa nostra.Non è escluso l’inquinamento di tipo nucleare.

L’Italia sarà comunque coinvolta  fin dai primi istanti, se il governo non ritirerà i 3 mila soldati italiani che fanno da patetica «forza di interposizione» tra Israele (la superpotenza mediterranea e la quinta potenza atomica del mondo) e gli agguerritissimi Hezbollah.

Come nel 2006, ci saranno devastazioni immense, e non ultimo l’inquinamento del Mediterraneo, come avvenne nell’aggressione al Libano del 2006. Il petrolio salirà forse perfino oltre i 200 dollari «profetizzati» da Goldman Sachs, provocando il collasso economico di molti Paesi, fra cui il nostro.

Tutto questo non è necessario nè, soprattutto, inevitabile. L’Iran ha appena avanzato una proposta per le sue attività nucleari, che gli USA si rifiutano  di ascoltare (5). La fretta di Bush e di Olmert si capisce: entrambi sono assediati da una crisi politica, l’americano da una crisi economica di cui non si vede la fine (6), Olmert da accuse di corruzione. Una guerra sarebbe per loro la fuga in avanti capace di tenerli al potere, e di deviare le frustrazioni e l’ostilità dei loro cittadini verso il «nemico».

Ma non è inevitabile. Basterebbe che l’Europa dimostrasse un po’ meno sevilismo verso questo vicino mediterraneo con 500 bombe atomiche. Ma il nostro governo non lo farà.

Berlusconi, appena giunto alla celebrazione dei 60 anni dello Stato ebraico, ha così definito le proteste per la Fiera del Libro: «Sono cose isolatissime: tutto il popolo italiano è vicino ad Israele. Siamo il popolo più vicino». Anche troppo vicino, come forse dovremo accorgerci presto.




1) William Arkin, «A secret Afghanistan mission prepares for war with Iran», Washington Post,
9 maggio 2008.
2) Justin Raimondo, «The silenced majority - non one wants another war; so why does it seem inevitable?», Antiwar.com, 9 maggio 2008.
3) Peter Hirschberg, «Israelis believe another war is coming», Antiwar.com, 9 maggio 2008.
4) Mahdi Darius Nazemroaya, «Beating the drums of a broader Middle East war», Globalresearch,  7 maggio 2008.
5) Sue Pleming, «US declines to help present nuclear deal to Iran», Herald Tribune, 9 maggio 2008.
6) La banca Citigroup, la più grande degli USA, ha annunciate l’intenzione di vendere «attivi che non fanno parte del core business» per l’astronomica cifra di 400 miliardi di dollari, onde far fronte ai buchi che ha prodotto nei bilanci lo scoppio della bolla subprime. L’American International Group, che è la più grande compagnia assicurativa del mondo, riporta per il primo trimestre una perdita mai vista, 7,81 miliardi di dollari, per i problemi causati dalla crisi dei subprime. E Dick Cheney dichiara che l’economia USA «è l’invidia del mondo».

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categoria:iran, maurizio blondet
sabato, 10 maggio 2008
fini

Verona, morto Nicola. Fini: "Piu' gravi i fatti di Torino", insorge la sinistra
Il luogo dell'aggressione a Nicola Tommasoli
Il luogo dell'aggressione a Nicola Tommasoli
nell'ospedale di Borgo Trento Nicola Tommasoli, il giovane di 29 anni picchiato da un gruppo di neofascisti il 1 maggio.
"Questi ragazzi non rappresentano né Verona, né la borghesia, né i ragazzi bene: questi sono dei disgraziati". Il sindaco di Verona Flavio Tosi condanna senza appello gli autori dell'aggressione. Ora, dice il sindaco, "questi adesso dovranno pagare". Ma il caso assume ormai riliveo nazionale, con una polemica politica nata dalle dichiarazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini, che in serata a Porta a porta precisa:  "Sono polemiche inventate, quando non si hanno argomenti per polemizzare allora si inventano. Io non ho mai difeso i naziskin che sono da condannare assolutamente, ho solo detto che i due fenomeni, quello di Verona e quello della fiera del Libro di Torino non sono paragonabili tra di loro".

Fini in precedenza aveva detto che il caso di Verona è espressione di una "aggressione bestiale di un gruppo neonazista che senza alcun dubbio va  rieducato e messo in galera". A Torino, invece (bandiere di Israele bruciate in pieno centro nella giornata del 1 maggio, ndr.), "è successo qualcosa di molto più grave, perché non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni violente che cercano una giustificazione con una politica antisionista". 

Immediata la replica dell'esponente del Pdci Pino Sgobio per il quale "Vista la sua cultura politica, evidentemente Fini è in imbarazzo su quanto avvenuto a Verona.  Il negazionismo di Fini, in questo caso, fa male alla cultura democratica del nostro Paese".

"Le critiche che provengono dalla sinistra radicale alle mie parole esprimono posizioni estremiste e minoritarie, sono gli stessi che stanno protestando a Torino e che costringono il Presidente della Repubblica a partecipare a quella manifestazione a porte chiuse", replica ancora il presidente della Camera, Gianfranco Fini, negli studi di Porta a porta.

Il cordoglio di una città
Il sindaco di Verona Tosi ha portato l'omaggio della città ai genitori di Nicola. "Adesso dovranno pagare - ribadisce Tosi - l'auspicio è che l'accusa possa essere la più dura possibile e la condanna la più dura possibile affinché resti da esempio, da monito, per coloro che volessero imitare questi comportamenti che sono fuori dalla logica e dalla realtà".

Il Comune sarà parte civile nel processo 
Il Consiglio comunale di Verona si riunirà in seduta straordinaria giovedi' 8 maggio alle 17, per manifestare la ferma condanna di tutte le forze politiche per il grave episodio di violenza nei confronti di Nicola Tommasoli ed esprimere solidarietà alla famiglia.

Al termine della seduta, presumibilmente alle 20,30, seguirà una manifestazione silenziosa sulla scalinata di palazzo Barbieri. Lo ha deciso oggi la conferenza dei capigruppo su proposta del presidente del Consiglio comunale Pieralfonso Fratta Pasini. I capigruppo hanno sottoscritto un documento unitario (con l'eccezione del capogruppo dei Comunisti italiani Graziano Perini) che verrà messo ai voti nella seduta di giovedì, che impegna l'Amministrazione comunale "a costituirsi parte civile nel processo".  

Castelli: è omicidio volontario
"Provo una profonda tristezza per questo ragazzo morto a causa di una stupida ferocia", dichiara Roberto Castelli, senatore e Presidente della Lega Lombarda, già ministro di Giustizia. "Ora i magistrati non si appellino alla necessità di nuove leggi per punire esemplarmente i colpevoli - attacca l'ex Guardasigilli - Le leggi ci sono già basta applicarle. Questo è omicidio volontario non certo preterintenzionale".

Gli aggressori 
Sono giovani di buona famiglia i tre arrestati per l'aggressione di Nicola Tommasoli, 29 anni, picchiato selvaggiamente il 1 maggio scorso a Verona.  

Sono tutti giovani, sono di buona famiglia, frequentano lo stadio, la curva sud del Bentegodi e, sporadicamente, hanno partecipato a manifestazioni di estrema destra. "Il pestaggio - ha detto il questore di Verona, Vincenzo Stingone - non e' avvenuto per motivi politici ma per motivi futili. Per quel che ne sappiamo fino adesso il motivo scatenante e' stato proprio quella sigaretta negata ai 5 giovani ultras".  Anche il pm ha confermato che il pestaggio e' scattato per colpa di quella sigaretta chiesta e negata.

I due nuovi arrestati, Guglielmo Corsi, 19 anni, metalmeccanico, e Andrea Vesentini, 20, promoter finanziario, sono gia' stati interrogati nella notte dal pm, hanno ammesso tutte le loro responsabilita' e sono stati accusati di lesioni gravissime.

I tre aggressori individuati dalla polizia farebbero parte di un gruppo di giovani di estrema destra, molti dei quali ultra' del Verona (una delle tifoserie considerate a piu' alto rischio), il cui obiettivo era la "caccia al diverso". Nell'indagine chiusa un anno fa dalla Digos scaligera, che ha portato alla denuncia di 17 ragazzi tra i 17 e i 25 anni, e' infatti emerso che le vittime della banda non erano solo extracomunitari ma tutti coloro che in qualche modo venivano visti come non omologabili con le loro idee.

Le reazioni politiche a livello nazionale
 Il segretario del Pd Walter Veltroni parla di una "brutale aggressione di tipo neofascista che non puo' e non deve essere sottovalutata"; il sindaco di Verona Flavio Tosi puntualizza che la sua citta' non e',"fascista, ne' e' neofascista la stragrande maggioranza dei veronesi". La polemica politica, e nella societa' civile, sull'aggressione a Nicola Tommasoli da parte di giovani estremisti di destra ripropone il delicato problema della sicurezza.

Contro la matrice neofascista dell'aggressione a Tommasoli puntano il dito il ministro Paolo Ferrero e il consigliere  veneto del Pdci, Nicola Atalmi.
    
Il responsabile del dicastero della solidarieta' sociale si spinge oltre nell'analisi chiedendo alle forze politiche e gli amministratori del nordest,"che hanno lanciato campagne securitarie e discriminatorie nei confronti degli immigrati e dei diversi, di ragionare sugli effetti della loro propaganda e della loro azione". Quindi l'appello: "Prima che sia troppo tardi sarebbe bene che le destre populiste aprissero una riflessione sui frutti della loro propaganda".  

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categoria:violenza
sabato, 10 maggio 2008
10/5/2008 (12:50) - STRAGE INFINITA
Continuano le morti bianche
Incidenti in Puglia e Piemonte
(Foto d'archivio)
A Monopoli cade un addetto alla manutenzione di un nastro trasportatore. A Ovada un muratore viene travolto da un muletto
MONOPOLI
Aveva 46 anni ed era un dipendente a tempo determinato della società che gestisce la cava in cui si è verificato l’incidente, Giuseppe Cassano, l’operaio morto stamattina in una cava per l’estrazione della pietra a Monopoli, nel sud barese. La vittima era sposata, aveva un figlio e viveva a Polignano a Mare, a poca distanza da Monopoli. Secondo quanto si è appreso dai carabinieri, Cassano, nonostante l’età, non aveva un lavoro fisso: quindi, per portare qualche soldo a casa, lavorava saltuariamente alla manutenzione dei nastri trasportatori, ma faceva anche il marittimo e l’agricoltore. Stando ad una prima ricostruzione dei fatti, Cassano, mentre da una piattaforma montata su una roccia controllava il motore del nastro trasportatore, ha perso l’equilibrio ed ha fatto un volo di una decina di metri. È morto quasi sul colpo per le lesioni riportate. L’incidente è avvenuto in contrada "Grotta dell’Acqua", sulla via per Alberobello, dove si trova la cava gestita dalla società "Leonardo Medico e figli snc".

Un operaio di 52 anni, Carlo Raschellà, è morto invece ieri sera all’ospedale di Alessandria, dove è stato trasportato in elicottero dopo essere rimasto schiacciato sotto il muletto che guidava all’interno della ditta Ormig di Ovada (Alessandria). L’incidente è accaduto nel tardo pomeriggio. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, intervenuti sul posto con il 118, l’operaio stava trasportando materiale edile con un muletto a tre ruote di grosse dimensioni. Forse a causa di una manovra errata, il mezzo si è rovesciato su un fianco, schiacciando l’uomo. Immediatamente soccorso dai colleghi, è arrivato ancora cosciente in ospedale, anche se le sue condizioni sono risultate subito molto gravi ai medici che gli hanno prestato le prime cure. Sull’incidente la magistratura di Alessandria ha subito aperto un’inchiesta. La Ormig, l’azienda per cui la vittima lavorava, è specializzata nella costruzione di gru. La Stampa
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categoria:lavoro
sabato, 10 maggio 2008
E mentre la Sora Lella si mette in ghingheri e passa col bambocione D'Urso  da una festa all'altra - IL Berty stara' ancora cercando le cause della sconfitta? - di lavoro si MUORE...si muore tutti i giorni, senza sosta!
Anche oggi sono 3 i morti sul lavoro in Italia
La scavatrice che ha investito Stanislao Crispino
La scavatrice che ha investito Stanislao Crispino


L'ultimo in ordine di tempo è un operaio di 52 anni, Carlo Raschella', morto questa sera all'ospedale di Alessandria, dove e' stato trasportato in elicottero dopo essere rimasto schiacciato sotto il muletto che guidava all'interno della ditta Ormig di Ovada (Alessandria).

L'incidente e' accaduto nel tardo pomeriggio. Secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, intervenuti sul posto con il 118, l'operaio stava trasportando materiale edile con un muletto a tre ruote di grosse dimensioni. Forse a causa di una manovra errata, il mezzo si e' rovesciato su un fianco, schiacciando l'uomo.

Immediatamente soccorso dai colleghi, e' arrivato ancora cosciente in ospedale, anche se le sue condizioni sono risultate subito molto gravi ai medici che gli hanno prestato le prime cure. Sull'incidente la magistratura di Alessandria ha subito aperto un'inchiesta. La Ormig, l'azienda per cui la vittima lavorava, e' specializzata nella costruzione di gru.

Nel pomeriggio un operaio di 35 anni, Stanislao Crispino, e' morto investito da una scavatrice mentre venivano eseguiti lavori in un terreno a Casandrino, in provincia di Napoli.

Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri della stazione di Grumo Nevano, l'uomo stava eseguendo uno scavo quando e' stato investito dalla macchina guidata da un collega che non si era accorto della sua presenza. Crispino e' morto all'istante. L'investitore e' stato interrogato dai militari per chiarire la dinamica dell'incidente.

In tarda mattinata un uomo di 81 anni di Paliano, in provincia di Frosinone, è morto in seguito ad un incidente agricolo. La vittima era alla guida di un trattore quando il mezzo si è ribaltato schiacciandolo.

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categoria:lavoro, linda
sabato, 10 maggio 2008

http://dagospia.excite.it/esclusivo.html

DAGO-REPORT
Una folla da stadio ha assalito un gran salone di Villa Medici per assistere alla presentazione del debutto letterario del nobildonna Marellina Caracciolo di Castagneto, figlia di Nicola e nipote di Carlo.crcclo21_philippe-daverio_marellina-caracciolo_figlia Un esordio che porta l’imprimatur dell’agognato marchio Adelphi di Roberto Calasso (un editore che non fa sconti e infatti è noto per aver rifiutato, ad esempio, ogni romanzo-saggio di Eu-Genio Scalfari). crcclo22_lella-bertinotti(azzo aggiungo io - linda)

POTEVA MANCARE LA SORA LELLA?crcclo08_lella-bertinotti_mario-durso BERTINOTTI A CASA IN PANTAFOLE?


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martedì, 06 maggio 2008
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categoria:satira
martedì, 06 maggio 2008
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categoria:linda
domenica, 04 maggio 2008

Visco: ultimo schizzo d’odio

Uno schizzo di veleno, una manifestazione di odio verso i cittadini: questo ha voluto manifestare Visco - ben conscio che gli italiani non lo chiameranno mai più a un qualsiasi governo - con la pubblicazione degli elenchi di tutti i contribuenti sul web.  Ciò conferma come Visco abbia sempre considerato la fiscalità: un’arma disciplinare, un attrezzo di tortura, di punizione e delazione, più che lo strumento oggettivo per finanziare lo Stato. Ma il veleno, purtroppo, ha avuto effetti.

Lo si vede dai commenti che circolano, dagli applausi per questo presunto «atto di democrazia». E’ la democrazia di  Robespierre, la dittatura della volontà Generale, ma la gente applaude. Persino i seguaci di Beppe Grillo si scandalizzano del fatto che Grillo appaia negli elenchi con un reddito di 4 milioni di euro.

Consentite al sottoscritto, che in questi mesi ha internet solo al pomeriggio perchè non può (nè vuole) pagare il sovrappiù che Telecom gli chiede per dargli il servizio, di mettere i puntini sulle i.

Primo punto: in una società libera, la trasparenza reddituale è un obbligo soltanto per chi, a qualunque titolo, riceve pubblico denaro, non per i privati. Ha significato apprendere che la signora Spitz, moglie di Follini, prende oltre 300 mila euro come direttrice del Demanio, o che Ciampi si becca, cumulando tre emolumenti che i cittadini normali non possono cumulare, oltre 780 mila euro.

Abbiamo diritto di saperlo, perchè quello è denaro «nostro», di noi contribuenti; e abbiamo diritto di soppesare quegli stipendioni con le «prestazioni» e i «meriti» di coloro che li ricevono da noi. Questo confronto fra meriti e paghe è per eccellenza l’atto politico, nella democrazia.

In quest’area di percettori di denaro pubblico, dovremmo anzi essere più esigenti, come cittadini. Dovremmo esigere di sapere quanto prende ogni consigliere della nostra ASL. Dovremmo pretendere che i sindacati, che estraggono i loro contributi da milioni di buste-paga di pensionati e operai, pubblichino i bilanci, ossia ci dicano che cosa fanno di quel denaro.

Siccome non pubblicano i bilanci, per quanto ne sappiamo, potrebbero anche aver investito i nostri soldi in case d’appuntamento in Thailandia, nel Cartello di Medellin o (più probabile) nei lussi dei loro segretari. Dobbiamo poter controllare se i sindacati (che ci costano 6 miliardi di euro annui, più o meno) spendono quei soldi per la difesa dei lavoratori o per chissà che, o a favore di chissà chi.

Questo impone non solo la civiltà, ma anche l’uguaglianza di fronte alla legge: se una impresa artigiana ha l’obbligo di pubblicare il suo bilancio, perchè non le colossali cosche sindacali, percettrici dei soldi nostri?

Per i privati è diverso. Che la De Filippi abbia un reddito annuo di 4 milioni, Bonolis di 3,8, Benigni di 3,5 milioni, Totti il calciatore di 10 e Vieri di oltre 22, ci può fare schifo. Ma quei soldi, non vengono dalle nostre tasse. Glieli diamo sempre  noi, tutti quei soldi: ma come spettatori dei loro spettacoli e delle loro partite. Glieli diamo spontaneamente, perchè ci piacciono i loro spettacoli e le loro partite: se dunque vogliamo schifarci, rivoltiamo lo schifo contro noi stessi, italiani e spettatori, che  ci affolliamo alla TV per vedere i degradanti spettacoli della De Filippi, o il ripetitivo sfiatato Benigni. Quelli hanno un «mercato» che li compensa così tanto, e il mercato siamo tutti noi. E’ la nostra ignoranza e volgarità che li valuta a peso d’oro.

Secondo punto: l’invidia sociale, che Visco ha voluto istigare deliberatamente, è un vizio gravissimo, che bisogna combattere. Perchè?

Perchè l’invidia è uno dei fattori principali di regressione della società, frena lo slancio creativo e l’intraprendenza, e - portando a celare le ricchezze per non suscitare invidia - è uno dei fattori agevolanti della stessa evasione fiscale.

Vasti studi sociologici hanno dimostrato che a tenere l’Africa in sottosviluppo perenne è l’invidia: se un bravo coltivatore ha un buon raccolto sul suo campicello, tutti gli agricoltori circostanti, meno bravi di lui, pensano immediatamente che egli abbia gettato il malocchio sui loro campi.

Se un negro si laurea in medicina e guadagna bene, tutti i suoi parenti poveri si installano a casa sua, e pretendono il diritto di essere mantenuti da lui, il «fortunato». Con il risultato che il «fortunato» emigra in Europa o in USA, dove l’invidia sociale è meno pronunciata, privando l’Africa di un buon medico o un di buon imprenditore.

No, non abbiamo il diritto di sapere se il nostro collega, vicino di scrivania, riceva dall’azienda un salario migliore del nostro: l’azienda, se è privata, ha diritto di valutare il suo lavoro come più valido del nostro, e di non farlo sapere in giro,  ato il morbo dell’invidia sociale che ci avvelena.

No, non siamo tutti eguali; e sì, abbiamo il diritto a non far sapere a tutti che, magari, arrotondiamo il reddito con un altro lavoro o con l’affitto di una casa ereditata. Se lo arrotondiamo spacciando coca, è un’altra cosa: che riguarda la polizia.

Terzo punto: lo sconcerto, o addiritttura lo scandalo dei seguaci di Grillo alla «scoperta» (peraltro già nota) che Grillo ha un reddito annuo di 4,2 milioni di euro, rivela un livello di civiltà molto basso. Perchè questo scandalo?

Implica che Grillo, per il fatto di essere molto ricco, non ha il diritto di protestare contro gli scandalosi sprechi e privilegi del ceto politicante e della Casta che «vive di politica»?

Al contrario. Grillo ne ha il pieno diritto, e proprio perchè appare nella lista di Visco. Se appare in quella lista, con quella cifra di reddito, significa che paga le tasse, e moltissime. Dunque è un contribuente onesto e un cittadino benemerito, che ha tutto il diritto di incazzarsi per come quelli, mascalzoni e fancazzisti, sprecano i suoi soldi; e di cercare di creare un movimento politico contro la Casta.

Ci sono centinaia, migliaia di ricchissimi, che in quelle liste di Visco non appaiono, per il semplice fatto che sono evasori totali. O appaiono come contribuenti medi o piccoli, in quanto favoriti dalle elusioni fiscali, previste dalle leggi italiote.

I seguaci di Grillo, col moralismo in canna, dovrebbero informarsi meglio sulla elusione. E capire la distinzione fra redditi «personali» e ricchezza reale e nascosta.

Dovrebbero sapere che certi consiglieri d’amministrazione risultano percettori di gettoni di presenza, dati da una società lussemburghese (dove per legge tali emolumenti sono tassati al 15%, meno di quanto è tassato un pensionato minimo) che in realtà è di loro proprietà.

Che altri ricchi pagano il 30% sui dividendi delle società loro, laddove un impiegato ben stipendiato già paga il 43%, l’aliquota massima personale.

Dovrebbero avere una qualche nozione del fatto che i veri miliardari, gli speculatori finanziari, non pagano tassa alcuna se risultano percettori di «capital gain», ossia se hanno fatto soldi rivendendo care azioni comprate a poco.

Dovrebbero sapere che ci sono padroni di jet privati, apparecchi che però risultano di proprietà di società per azioni con sede magari all’estero, e gaudenti su yacht di lusso che battono bandiera panamense, e di cui i fruitori risultano semplici noleggiatori; dovrebbero sapere che la Mercedes 4.000 su cui viaggia il noto imprenditore e il meno noto è fiscalmente una dotazione della sua ditta, detraibile come «strumento di produzione», su cui non ha pagato nemmeno l’iVA.

Ovviamente un attore, come ogni professionista individuale, si vede imputare il reddito personale. Quello che lui guadagna con i suoi spettacoli e le sue esibizioni, o le sue prestazioni come, poniamo, chirurgo plastico. E’ facile, troppo facile, identificare in un attore il «ricco». E nessuno si stupisce di scoprire che Donatella Versace «guadagna», per il fisco di Visco,
la metà di Grillo (2,2 milioni di euro): e non si domanda perchè.

Il perchè è che Versace ha una ditta su cui scaricare le spese anche e soprattutto superflue, quelle che creano la ricchezza effettica, siano jet privati o panfili di lusso o alberghi a sette stelle.

Possibile che si debbano ricordare queste cose? Possibile che non si sappiano ancora?

Quarto punto: avete notato che si fa molto scandalo per Beppe Grillo il ricco, mentre non se ne fa per Benigni, la De Filippi o Bonolis, che guadagnano come lui (almeno per il fisco), nè per Maldini, che guadagna il doppio di lui?

Sarà perchè Benigni è «di sinistra» dunque sacralizzato per la Volontà Generale, o perchè la De Filippi e Bonolis fanno miliardi in modo degradante, ma senza criticare la Casta?

Sarà perchè la massa italiota giudica «giusti» e «meritati» i 10 milioni di Totti e i 22,5 di Vieri, più che quelli di Grillo?
Boh.

Certo è che appena una prestazione ha anche solo l’apparenza di essere «intellettuale» – come quella di Grillo è, almeno in confronto a Totti – subito, agli italioti, pare che sia pagata troppo. Le pedate dei calciatori d’oro, invece «meritano»  miliardi.

Quinto ed ultimo punto: Visco ha commesso un atto illegale, criminale, da mini-colpo di Stato. E’ sub-ministro di un governo uscente, sconfitto dal voto, e che è in carica – ancora per pochi giorni – per il «disbrigo degli affari correnti».
Ma la pubblicazione delle liste dei contribuenti, offerte a taglieggiatori, rapinatori albanesi e rom, a sequestratori di persona, non è una «normale amministrazione»; è un atto dirompente come un attentato da brigatista rosso.

In un Paese civile, l’atto sarebbe considerato nullo e avrebbe conseguenze penali - non nel nostro, dove la magistratura è parte integrante della Casta e si considera interprete della Volontà Generale.

Nella stessa linea, ha commesso un atto illecito, che rileva della criminalità politica, Livia Turco: la ministra della Sanità di un governo sconfitto e odioso, che come ultimo atto ha consentito per decreto la diagnosi pre-impianto dell’embrione, misura eugenetica, senza l’approvazione del Parlamento, e contro la volontà popolare, che aveva già bocciato il referendum autorizzatore dell’eugenetica.

E’ «golpe di mano» anch’esso ben fuori dei limiti della amministrazione corrente che spetta a un governo uscente e seppellito dalle elezioni.

Con i loro ultimi schizzi di veleno, Visco e la Turco hanno inteso vendicarsi della volontà popolare che li ha seppelliti, e prolungare - nei suoi effetti odiosi - un governo già condannato dalla cittadinanza. Ciò è palesemente fuori da ogni concetto di democrazia, anche della «democrazia» fra virgolette

DISONORATA SOCIETA'

 

Alla scuola media di Sant’Antimo (Napoli) cinque ragazzi si esibiscono per far vedere chi ce l’ha più lungo. Tirano fuori gli organi sessuali. A scuola. Giudice della gara, una insegnante di 40 anni, ora denunciata con gli scolari alla procura.

A Lugagnano, Verona, massacro dei due coniugi Luciana e Luigi Meche, villetta con piscina: l’assassino, un ventenne romeno, sostiene di aver ricevuto avances sessuali da lui (60 anni), e «gli elementi di prova che gli investigatori hanno raccolro nell’abitazione, la posizione dei corpi,  la possibilità che al momento della morte Meche fosse nudo», tendono a dar ragione al ragazzo. Che paese siamo?

Dostojevsky scrive da qualche parte, nei «Demoni» (o meglio, «Posseduti»): offrite agli uomini il diritto al disonore, e sarete sicuri di vederceli accorrere in massa, con voluttà. La frase rischia di essere enigmatica. Il concetto di «onore» da gran tempo è abbandonato. Evoca al massimo qualche commedia all’italiana, il «delitto d’onore» ridicolizzato in molti film  di quarant’anni fa.

Effettivamente - lo dico per i più giovani - ancora negli anni ‘50, un marito che scopriva la moglie «in flagrante» con un amante, uccidendo tutt’e due, aveva dalla sua la clemenza del codice. Egualmente una giovane, che avesse dato la verginità sotto promessa di matrimonio, se poi lui non avesse mantenuto la promessa, poteva uccidere con qualche diritto, perchè il suo onore era stato tradito. Ridicolo. Cosa da Paesi islamici.

Ma Tolstoi, in un breve bellissimo romanzo («Sonata a Kreutzer») racconta di un marito che s’accorge, dall’intesa con cui sua moglie al piano accompagna il suo insegnante di musica che suona violino, mentre appunto eseguono la «Sonata a Kreutzer», che tra i due è consumato l’adulterio; forse solo nell’anima, ma non importa. Li uccide, e «i giurati lo assolsero».

Di fatto, anche in Russia, anche nelle legislazioni europee, non molto tempo fa, l’onore era qualcosa che veniva preso molto sul serio. Adulteri avvenivano, come sempre, ma erano anche fisicamente pericolosi.

Oggi non si capisce nemmeno più bene che cosa significhi, «onore», e la necessità  di salvaguardarlo. Lo si confonde, temo, con la reputazione, il «cosa dirà la gente».

Così, il pathos di un’intera grande letteratura europea si stinge per noi, banalmente. Se c’è ancora chi riesce a leggere Madame Bovary, magari sbuffa: quante storia per una scopata! E’ il racconto, psicologicamente insuperabile, di come una moglie, a poco a poco, si concede il diritto al disonore. Anna Karenina, è la storia di una donna che, irresistibilmente, cade nel disonore. Persino l’eros che rende intensi quei romanzi diventa scipito, a chi non sa cosa sia l’onore.

Il gran romanzo di Proust è, anche, la piccante o mostruosa rivelazione di come una folla di persone onorate e onorevoli, in realtà si d