Fabrizio dell'Orefice - Il Tempo
dilaga il malcostume
Doppio incarico, politici
attaccati alle poltrone
Quelli che si tengono la poltrona. E non la mollano. Neanche con le bombe. Neanche con le cannonate. Niente. Anzi. Ne prendono una e pensano già alla seconda da accaparrarsi.
- E poi la terza, la quarta. Il secondo stipendio, il terzo. Un’altra stelletta sulla giacca. Una medaglietta. Se il Pdl voleva essere una forza di cambiamento, almeno per questo aspetto, finora, è stato un fallimento. Ma la questione non riguarda solo il partito del premier, anche la Lega ha i suoi «doppisti». L'ultimo caso risale ad appena due giorni fa. Silvio Berlusconi annuncia che ha intenzione di nominare un paio di sottosegretari, uno all'Economia e uno allo Sviluppo Economico.
In realtà non lo potrà fare, a meno che non cambi la legge che fissa a 60 il tetto massimo per i membri dell'esecutivo. In realtà il capo del governo pensava che qualcuno si sarebbe dimesso. Pensava. Almeno così avrebbe imposto la logica. In particolare immaginava che avrebbe mollato il posto di vice di Tremonti Daniele Molgora che a giugno è stato eletto presidente della Provincia di Brescia. Uno pensa: vabbè, ora mollerà l'incarico al ministero; come si fa a fare su e giù Brescia-Roma. E invece no. Anche i leghisti si sono fatti prendere dall'arraffa-arraffa. Acchiappa la cadrega, direbbe Bossi. E col cavolo che la mollo. Ovviamente mi tengo pure il doppio stipendio.
Così il dottor-onorevole-presidente-sottosegretario Molgora dovrà dividersi tra i problemi di bilancio della provincia e quelli degli italiani, spartirsi tra la festa della patata di Gottolengo e l'applicazione del federalismo fiscale. Sarà contento Tremonti che si troverà un collaboratore a mezzo servizio. Sarà felice chi si aspettava, una donna, dopo aver combattuto e magari vinto le battaglie parlamentari, una promozione nella squadra di governo. Dal Nord al Sud. Berlusconi più volte ha ribadito che è necessario un cambio di classe dirigente. E non c'è dubbio che i suoi hanno dimostrato di aver imposto una vera svolta al costume politico. In peggio.
Tutti e tre i nuovi presidenti di provincia che sono stati appena eletti nella tornata di giugno non hanno mollato la poltrona precedente. Cosimo Sibilia, che ha vinto ad Avellino, è rimasto sprofondato anche nel suo scranno al Senato e Luigi Cesaro, che ha strappato Napoli al duo Bassolino-Jervolino, s'è incollato alla poltrona di deputato. Ma nessuno è riuscito ad arrivre alla performance di Edmondo Cirielli, eletto presidente della Provincia di Salerno e che è rimasto deputato e persino presidente della commissione Difesa della Camera. Il tenente colonnello in aspettativa Cirielli si darà da fare tra il barocco di Mercato San Severino, la guerra in Afghanistan e il voto in aula sul testamento biologico; tra i riti e le tradizioni da tutelare a Nocera Inferiore, i compensi ai militari e la prossima discussione sulla Finanziaria in epoca di crisi; tra la variante al piano regolatore di Padula, l'indagine conoscitiva sull'acquisizione dei sistemi d'arma, delle opere e dei mezzi direttamente destinati alla difesa nazionale, a venti anni dall'entrata in vigore della legge 436, il dibattito sulle riforme istituzionali.
Diciamola tutta, se il Sud è in mano a questi qua, se questo è il nuovo che avanza che il Pdl è in grado di proporre, aridatece la sinistra. Anche Bassolino provò a tenere un piede in due scarpe pensando di poter fare allo stesso tempo il sindaco di Napoli e il ministro del Lavoro ma durò sette mesi dopo di che nella sua città vi fu una vera e propria sollevazione popolare. Il malcostume del doppio incarico non risparmia nessuno. Maria Teresa Armosino è deputata e anche presidente della provincia di Asti, Antonio Pepe deputato e presidente della provincia di Foggia.
E anche Roma non è esente anche se in principio il sindaco Gianni Alemanno aveva stabilito una regola chiara: o assessori o deputati con la sola eccezione del vicesindaco Mauro Cutrufo che sarebbe rimasto senatore come da accordi presi già in campagna elettorale. Poi anche il primo cittadino della Capitale ha mollato la presa e ha chiamato in giunta (affidandogli la delicata delega del bilancio) Maurizio Leo che è anche deputato. E ha riconfermato Alfredo Antoniozzi che si occupa di Patrimonio e Casa ed è stato appena rivotato quale eurodeputato. Certo, andrebbe considerata una sorta di zona franca proprio per la Capitale.
Muoversi tra Campidoglio e Palazzo Madama non è la stessa cosa che dividersi tra due città a seicento chilometri di distanza. Infatti Cutrufo riesce ad essere assiduo al Comune e mantenere tassi elevati di presenza in Aula al Senato. Tuttavia, qualunque sia la soluzione migliore spetterebbe anzitutto ai due co-fondatori del Pdl, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, stabilire una regola. Invece di litigare sul nulla i due dovrebbero comprendere che è arrivato il momento di fissare norme interne. Almeno di buon vivere.
Fabrizio dell'Orefice
11/09/2009
PER CHI GUADAGNA 1000 EURO AL MESE ED E' GIA' FORTUNATO IN ITALIA ...
PER RAGGIUNGERE 300 MILA EURO DEVE LAVORARE ...
CIRCA 30 ANNI!
SIAMO PIENI DI INGORDI!
PRENDIAMO ATTO CHE CON LA CRISI ECONOMICA CHE ABBONDA, CON IL DEBITO PUBBLICO ALLE STELLE LA DISOCCUPAZIONE CHE AUMENTA GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI CHE SONO COME LA COPERTA DI LINUS,L’ON. STANCA LUCIO NOMINATO amministratore delegato dell’EXPO’ che gli ha riconosciuto un emolumento annuo di 450 mila euro, ripartiti in 300 mila euro di compenso fisso e 150 mila condizionato al raggiungimento degli obiettivi aziendali…poi si aggiunge lo stipendio di onorevole a cui Stanca non rinuncia…perche’ dice la legge glielo consente…e no caro Onorevole:
«dovrebbe dimettersi per incompatibilità, come prevede la legge numero 60 del 15 febbraio 1953. In più cè la legge 1261 del 1965 che vieta la cumulabilità dei compensi di parlamentare e di ad. A questo punto rimarrebbe ad di Expo senza stipendio?»
Legge 1261 del 1965 – Articolo 3
Con l’indennità parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità medaglie o gettoni di presenza comunque derivanti da incarichi di carattere amministrativo, conferiti dallo Stato, da Enti pubblici, da banche di diritto pubblico, da enti privati concessionari di pubblici servizi, da enti privati con azionariato statale e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le Regioni, le Province ed i Comuni. L’indennità di cui all’art. 1, fino alla concorrenza dei quattro decimi del suo ammontare, detratti i contributi per la Cassa di previdenza dei parlamentari della Repubblica, non è cumulabile con stipendi, assegni o indennità derivanti da rapporti di pubblico impiego, secondo quanto disposto dal successivo art. 4. Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano anche alle indennità e agli assegni derivanti da incarichi accademici, quando i rispettivi titolari siano stati posti in aspettativa. Restano in ogni caso escluse dal divieto di cumulo le indennità per partecipazione a Commissioni giudicatrici di concorso, a missioni a Commissioni di studio e a Commissioni d’inchiesta.
Perche’ quel giornalista di Report non glielo ha detto?
http://www.fabiodeangelis.it/legge_1261_del_1965.htm
lavorano per i parenti dei defunti, che li assoldano per suonare davanti alle tombe le canzoni preferite dei cari scomparsi.
FOTO: © BellaKarma™
Liberazione, sabato 1 settembre 2007
Il professore Ichino aveva auspicato che il dibattito sui temi del lavoro fosse fondato su evidenze oggettive. Giavazzi ha affermato che l’aumento occupazionale sarebbe stato determinato dalla liberalizzazione. Ma stando ai dati Ocse…
Il prof invoca i dati? Bene, eccoli:
la precarietà non fa bene all’occupazione
di Emiliano Brancaccio (Università del Sannio)
L’annuncio della manifestazione del 20 ottobre contro la precarietà e per una politica economica alternativa ha già dato avvio ad un acceso dibattito sui temi del lavoro. Il professor Ichino ha auspicato che il confronto che si sta sviluppando attorno all’iniziativa risulti il più possibile fondato su dati ed evidenze oggettive. Vengo incontro alla invocazione di Ichino proponendo una riflessione, dati alla mano, intorno al seguente interrogativo: a cosa sono realmente serviti il pacchetto Treu, la legge del settembre 2001 sull’abolizione delle causali per i contratti a termine, la legge Biagi e in generale le politiche del lavoro che sono state attuate in Italia e in Europa nell’ultimo quindicennio? La domanda, per quanto elementare, ha sempre messo in imbarazzo i sostenitori del cosiddetto “lavoro flessibile”. Gli esperti sanno, infatti, che la riduzione delle tutele e la diffusione dei contratti precari non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Si può tuttavia ritenere che le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione? Il professor Giavazzi ritiene di sì. In un editoriale pubblicato domenica sul Corriere della Sera, egli ha dichiarato che “da quando in Europa si è fatto qualche passo avanti nella liberalizzazione del mercato del lavoro, l’occupazione è salita”; ed ha inoltre aggiunto che la richiesta che le forze della sinistra hanno avanzato a Romano Prodi, di rispettare il programma dell’Unione ripristinando la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, avrebbe come effetto “di riportare la disoccupazione oltre il 10%”. A sostegno della sua tesi, Giavazzi si limita ad affermare che è solo grazie alla maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro che nel decennio 1996-2006 l’Europa sarebbe riuscita a generare un aumento dell’occupazione finalmente prossimo a quello degli Stati Uniti. L’affermazione di Giavazzi in effetti sorprende per la genericità che la caratterizza. Messa in questi termini, essa suona un po’ come l’idea, tipica dei Maya, secondo cui più sacrifici umani si facevano, più abbondanti sarebbero stati i raccolti di grano. In realtà, come vedremo, l’affermazione di Giavazzi non trova riscontri attendibili sul piano scientifico: infatti l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.
La nostra verifica, effettuata in collaborazione con Domenico Suppa, si basa sui dati degli Employment Outlooks pubblicati nel corso dell’ultimo decennio dall’OCSE. In particolare, abbiamo concentrato l’attenzione su 28 tra i principali paesi industrializzati e sull’andamento di tre variabili: il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation). Questo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono. Con riferimento all’ultimo decennio, l’OCSE riporta i dati sull’indice EPL relativi agli anni 1998 e 2003. Pertanto abbiamo effettuato la nostra verifica lungo questo arco temporale, introducendo un ritardo di uno e due anni sugli indici di occupazione e disoccupazione in modo da dare tempo agli eventuali mutamenti legislativi di dispiegare pienamente i loro effetti. Sulla base di questa metodologia, abbiamo potuto vedere come si comportano i tassi di disoccupazione e di occupazione in rapporto all’andamento dell’indice EPL. Ebbene, in generale rileviamo che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili. A dimostrazione del fatto che l’attacco alle protezioni dei lavoratori è diffuso a livello globale, l’EPL si riduce nella maggioranza dei paesi considerati. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione (si veda la tabella di accompagnamento).
Gli esiti di questa nostra verifica susciteranno forse una certa sorpresa nel grande pubblico, abituato da anni a sorbirsi lo slogan liberista secondo cui la precarietà fa bene all’occupazione. Ma i medesimi risultati non costituiscono certo una novità per gli addetti ai lavori. Essi infatti non fanno che confermare la mancata correlazione tra precarietà e tasso di disoccupazione, alla quale l’OCSE – da sempre fautrice dei contratti flessibili - si era dovuta arrendere già nel 1999. Con un elemento aggiuntivo, però. All’epoca l’OCSE aveva riscontrato una sia pur minima relazione tra l’abbassamento dell’indice di protezione dei lavoratori e l’aumento dell’altro tasso, quello di occupazione. In realtà il legame tra le variabili era risibile, disperso in quella che gli statistici definiscono una “nuvola di punti”. Esso tuttavia venne usato, almeno dai più sfacciati apologeti della flessibilità del lavoro, per tentare di difendere le loro ricette. Ebbene, oggi rileviamo che pure quell’ultimo appiglio è svanito: la correlazione non sussiste nemmeno tra indice EPL e tasso di occupazione.
Esisterà tuttavia anche oggi una minima eccezione, un singolo caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si sia verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione? Questa eccezione in effetti esiste, ed è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Forse qualcuno ricorderà che Berlusconi, riferendosi a questi risultati, arrivò a vantarsi del fatto che l’Italia era diventato il paese con la flessibilità del lavoro più alta d’Europa. In quella occasione l’ex-premier non fu troppo lontano dalla verità: infatti il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna. Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione. Sulla base di questa evidenza, i nostrani pasdaran della flessibilità si sono quindi nuovamente lanciati a sostenere che la precarietà crea posti di lavoro. Ma basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente negli ultimi anni).
L’assenza di un legame causale tra precarietà e occupazione crea non pochi problemi ai sostenitori della teoria neoclassica dominante, ma risulta perfettamente spiegabile dagli approcci marxisti alternativi. Questi infatti determinano l’occupazione in base all’andamento dei tassi di accumulazione, delle scelte tecniche, del grado di concorrenza tra i capitali, della politica monetaria e di bilancio, tutti fattori che non presentano relazioni univoche con il grado di flessibilità del lavoro. Ma allora, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio. Nella “lettera di Liberazione a Prodi” (5 agosto) e in varie altre occasioni, abbiamo avuto modo di chiarire che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero (e questo, detto tra noi, non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, come erroneamente sostiene Halevi – i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità – ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono). Abbiamo quindi sollecitato il governo a prendere atto del fallimento della politica di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale perseguita in questi anni, e a riconoscere l’esigenza di una svolta negli indirizzi di politica economica e industriale. Del resto, come si vede, i dati sono dalla parte delle ragioni della sinistra.
I professori Ichino e Giavazzi hanno dunque ora molti elementi oggettivi su cui riflettere, e magari potranno ben presto onorarci di un loro commento su di essi. Chissà, potrebbe anche essere la volta buona che essi rivedano i loro entusiasmi in merito agli effetti delle politiche di flessibilità del lavoro. Dopotutto una chance di redenzione non la si nega mai a nessuno.
Emiliano Brancaccio
La precarietà del lavoro riduce la disoccupazione? Falso! Ecco i contro-esempi:
|
|
Variazione indice EPL di protezione dei lavoratori
|
Variazione del tasso di
disoccupazione
|
|
Austria
|
-0,27
|
+0,8
|
|
Germania
|
-0,25
|
+0,6
|
|
Giappone
|
-0,19
|
+0,6
|
|
Norvegia
|
-0,13
|
+1,3
|
|
Portogallo
|
-0,21
|
+1,7
|
|
Spagna
|
+0,13
|
-7,6
|
|
Francia
|
+0,06
|
-1,5
|
|
Regno Unito
|
+0,15
|
-1,5
|
|
Irlanda
|
+0,19
|
-3,0
|
|
Nuova Zelanda
|
+0,61
|
-3,5
|
Fonte: OCSE. Variazioni anni 1998-2004. I segni delle variazioni sono confermati anche includendo il 2005 e il 2006. Questi risultati contribuiscono a spiegare l’assenza di correlazione tra indice EPL di protezione dei lavoratori e tasso di disoccupazione per i 28 paesi considerati nel nostro test di verifica.
Inglorious Bastards fa capire quale livello di libertà si sprigioni spesso dalle contraddizioni americane. Una società-giungla per molti aspetti, dove c’è però spazio per (quasi) tutti. Quentin Tarantino ha fatto satira su Adolf Hitler. Non accadeva da Charlie Chaplin, con Il grande dittatore (1940), salvo la parentesi di Moloch (1999) del russo Aleksandr Sokurov, film sublime ma che nel mondo occidentale avran visto un pugno di cinefili. Invece Tarantino lo vedono tutti. E lui fa di Hitler un grottesco imbecille, di Goebbels un megalomane complessato, spiega agli ebrei, da non confondere con i sionisti israeliani, che all’occorrenza bisogna anche menare le mani – e anche qui ci vuole coraggio – e realizza un film catartico come catartica è la satira che da noi in Italia dà fastidio e che vorrebbero abolire. Tarantino nel suo lavoro trattato superficialmente dalla critica d’avanguardia – bello, ma da lui vorremmo più impegno, la summa di molti commenti – è perfettamente conscio – e lo dice – che se le critiche al nazismo con il tempo si son fatte sempre più sfumate – mai prese di distanze totali e nette, ma solo analisi inorridite in occasione delle varie giornate della memoria e poi chissenefrega per il resto dell’anno – è perché parte di quel sistema si è rigenerato nel corpo dei vincitori. “Soldato, finita la guerra ti toglierai la divisa?” chiede il personaggio interpretato da Brad Pitt a un prigioniero tedesco. Alla risposta affermativa, scatta la pratica di incidere con una lama la svastica in fronte al malcapitato. Un modo per dire che le responsabilità non si possono rifuggire, un modo di riaffermarlo cruento ed efficace. Se hai delle precise responsabilità, non pensare mai di poterti sottrarre al giudizio della storia e degli uomini. Altro che revisionismo all’italiana. Infatti il traditore nazista del film di Tarantino, detterà tra le condizioni di resa non solo la completa riabilitazione, ma addirittura la piena glorificazione. Dunque non medaglie al valore, ma ruoli precisi nell’organizzazione del sistema del bene che verrà.
INGLORIOUS BASTARDS (Bastardi senza gloria)
2009 – di QUENTIN TARANTINO
con BRAD PITT
ELI ROTH
MICHAEL FASSBENDER
CRISTOPH WALTZ
DIANE KRUGER
durata 160 minuti
FONTE: http://pallaroni-pavia.blogautore.repubblica.it/2009/11/09/tarantino-satira-in-completa-liberta/
E’ morto ancora un uomo mercoledì a Mortara, profondo Nord, provincia di Pavia. Un uomo che stava lavorando. Doveva rimuovere l’amianto da un tetto. Un uomo che stava lavorando anche per la salute di altri uomini, operai come lui. Un lavoro, quello di addetto alla rimozione dei pannelli di amianto, che forse, presto o tardi, gli avrebbe presentato il conto. Invece quel conto gli è stato presentato subito. Un attimo fatale. Il tetto che all’improvviso cede, il volo da un’altezza che non dà scampo. Riguardavo la pagina appena composta insieme ai colleghi, la foto di un uomo di 45 anni che era andato alla macchinetta per il formato tessera come facciamo tutti, e che aveva guardato nell’obiettivo con occhi fissi, pieni di solitudine. Occhi
che ho provato a immaginare sorridenti su un volto dove il tempo trascorso sembrava molto più di quello denunciato dall’età. Suggestione, lo so. Però è morto ancora un uomo mentre stava lavorando. Fermiamoci un momento, almeno. Un uomo che viveva solo qui al Nord, in Lombardia, a Bergamo. E che dieci anni fa aveva lasciato una terra bella, aspra e difficile come la Calabria, originario di Luzzi, un centro del Cosentino. Mercoledì è morto in un posto grigio, inospitale, nella vecchia centrale di un metanodotto. Ho visto la foto del suo corpo immobile coperto da un telone verde al centro di un capannone vuoto. Ho letto il freddo rapporto del 118 arrivato via fax. Poi ho letto il commento dell’avvocato della ditta che sta eseguendo quei lavori presso la Snam di Mortara. “La Essea3 non ha mai lesinato sulla sicurezza e in tanti anni di attività questo è il primo incidente grave. Francesco Del Castro era dipendente da dieci anni, non si può dire che fosse inesperto”. Francesco, a 45 anni, è dunque solo la prima ombra su una statistica immacolata. Così un po’ di emozione per lui vogliamo esprimerla qui, ora. E quell’immagine che il fotografo è riuscito a riprodurre dalla sua carta d’identità è il dovuto atto di giustizia cui ha provveduto la mano pietosa di un soccorritore. Almeno Francesco, morto forse per meno di 1500 euro al mese, per un giorno ha avuto un volto.
FONTE: http://pallaroni-pavia.blogautore.repubblica.it/2009/11/19/il-volto-di-un-uomo-morto-sul-lavoro/#respond
FONTE: http://zesitian.blogspot.com/2009/11/paolini-la7-e-la-vescica-di-aldo-grasso.html

Oggi mi occupo di cose inutili: Aldo Grasso. Indiscusso guru della critica televisiva, dalle prime pagine de Il Corriere ci ha abituati a severe lezioni di stile. Il suo, naturalmente. Non mi azzardo a mettere in discussione la sua mostruosa competenza, ci mancherebbe. Discuterò invece il suo pezzo di oggi dedicato allo spettacolo di Marco Paolini, titolo “Miserabili”, rete La7, in onda domenica sera.
Leggetelo, è un capolavoro. Un capolavoro fortunatamente breve. Premesso che ho visto lo spettacolo, e ne scriverò presto in un post, lascio ad altri il compito di commentare in modo più intelligente (per esempio Norma Rangeri, su Il Manifesto di oggi): qui mi interessa sottiolineare due passaggi, a mio parere, illuminanti.
Grasso scrive: “Da un po’ di tempo (…) Paolini cede alla predica: fra le righe (ma anche fuori), vuole impartire lezioni di eco¬nomia («non è la democrazia che ha tirato giù il muro ma il mercato, il consumismo»; e se anche fosse?)”. E poi: “Intimorisce gli spettatori con citazioni di Margaret Thatcher, fa sentire il peso della nostra ignoranza citando il principio di indeterminazione di Heisenberg e chiedendo agli spettatori cosa sia l’entropia”.
Brutta cosa, diventar vecchi. Perché non trovo altra spiegazione a questo livore imbecille. Cosa ha dato fastidio a Grasso?
Uno: lezioni di economia (!) non sono, giacché il passaggio era brevissimo e serviva per introdurre, a partire dal muro, il contenuto della sua riflessione, ossia che, in quel passaggio storico, disamorandoci della società e ragionando sulla modernità d’accatto, ci siamo persi qualcosa. Diventar ricchi, perché? Prima o poi bisogna morire, no? Non sarebbe meglio accumulare meno, e rientrare nella società? Spunto di riflessione che non può essere sfuggito, al Guru. Ma si vede che, per la critica, era meno importante.
Due: “E se anche fosse”, Grasso? Se anche fosse, quel cazzo di muro non ha fatto crollare un’ideologia perché ne trionfasse un’altra, ma ne è nata una terza che ha soffocato entrambe: il dio mercato. E nei giorni in cui l’idolo è caduto e i suoi profeti tornano a parlare di Stato, è un tantino attuale, ricordarlo.
Tre: “intimorire” con una citazione? Come fa una citazione, e una citazione come quella, a intimorire? Tanto più che il suo discorso, Paolini, lo costruisce come un dialogo tra lui e l’eredità del thatcherismo. Ed è talmente accessibile che è riuscito a farcelo capire a tutti quanti. Stesso si dica di Heisemberg e di entropia, e termodinamica. Neanche io me li ricordavo (avevo quattro in Fisica), ma in quel momento l’attore è l’interprete che cerca il dialogo con lo spettatore. Il metalinguaggio, Grasso: teatro nel teatro. È banale. Paolini ha usato un espediente funzionale a catturare l’attenzione e a spiegare la sua interpretazione, venata di humor, per farci comprendere il passo successivo, e anche il finale. Ma tutte queste cose le sa di sicuro, Grasso. Potrebbe insegnarcele lui. Quindi, ci sarà dell’altro.
E invece, quattro. In cauda venenum, scrive ancora: “Ovviamente, tutte queste teorie e tutti questi sermoni della montagna vanno a scapito dello spettacolo. Se solo Paolini accettasse le interruzioni pubblicitarie, imparerebbe ad asciugare di più le sue storie, a riflettere sull’importanza del ritmo in tv”.
Ah! Adesso l’ho capito! Sta tutto qua: lo spettacolo è lungo, non ci sono le pause per andare, che so, a pisciare, a prendersi un grappino dal mobile bar, a veder se piove che ho steso fuori. Cose così. Ritmo in tv? Ovviamente, Grasso, questa non è tv. è regia televisiva di uno spettacolo teatrale. Dunque il ritmo è teatrale. E se è La7 a far servizio pubblico al posto della Rai, bisognerebbe esserne, quanto meno, un po’ contenti. Ma lui, no. Vuole gli spot. Se no, a cosa serve la tv? A educare? A rendere accessibile a tutti uno spettacolo che forse non passa proprio vicino vicino a casa? Via, quella è roba vecchia. Adesso è la velocità che va di moda. La tv si fa così: ritmo! Ritmo! Ritmo! Se no, la vescica preme e provi quel fastidio per le cose lunghe che provano i vecchi. No, non gli anziani. Proprio i vecchi. Come Grasso: non ha tempo di fare il critico, lui, deve scrivere venti righe sulle pagine de Il Corriere per condividere con noi la tensione che gli provoca la vescica.
E fanculo Paolini: tanto all’inizio l’ha scritto che è bravo, no? E infatti, lo è stato, almeno fino a quando al sommo critico gli ha tenuto la vescica.
Ps. Grasso, un consiglio: lo videoregistri, lo spettacolo. Io l’ho fatto, e mi sono alzato anche per prendermi cantucci e Zibibbo. Sa come s’accompagnano bene con Paolini?
Nomine europee, accordo
sul ticket Van Rompuy-Ashton
|
| |
|
19 novembre 2009
|
Il summit tra i capi di Stato e di governo dell'Unione ha scelto il nuovo presidente e il ministro degli Esteri dell'Unione. Al vertice Ue il premier belga e la commissaria inglese al Commercio
Accordo fatto tra i 27 leader dell'Unione europea sul primo presidente permanente, che sarà l'attuale premier belga Herman Van Rompuy, e sull'alto rappresentante per la Politica estera dell'Unione, l'inglese Catherine Ashton.
È stata la presidenza di turno svedese a proporre, in apertura del summit dei capi di Stato e di Governo della Ue a Bruxelles, i nomi dei candidati al vertice dell'Unione.
Tramonta definitivamente l'ipotesi di Massimo D'Alema come Mr. Pesc. Martin Schulz, capogruppo degli europarlamentari socialdemocratici, arrivando al pre-vertice del Pse, aveva evidenziato che il problema principale, per D'Alema, era quello di non essere il candidato di nessun governo socialista. E questo nonostante il sostegno politico ricevuto a più riprese dal partito.
L' Europa, in ogni caso, non osa il colpo d'ala e, in un momento chiave per rilanciarsi sulla scena mondiale da protagonista, all'indomani della ratifica del Trattato di Lisbona, opta per due scelte giudicate non di primissimo piano, probabilmente non in grado di colmare quella distanza sempre più marcata tra le istituzioni europee e i cittadini dell'Unione. Scelte che riflettono lo stile tecnico e burocratico della Ue: una carica a un paese grande e una a un paese piccolo, una ai popolari europei e una ai socialisti.
Soddisfatte Francia e Germania, che non volevano un presidente di prestigio e con una forte personalità come Tony Blair, che potesse impedire all'asse Parigi-Berlino di continuare a guidare le politiche europee. Soddisfatta anche la Gran Bretagna, che ha sostenuto fino all'ultimo Blair per pretendere sul filo di lana il «risarcimento» della carica di ministro degli Esteri. Soddisfatti anche coloro che vogliono le donne più rappresentate nelle istituzioni europee. Forse contro Massimo D'Alema hanno giocato anche alcuni rappresentanti di paesi dell' Est, che avevano ricordato il passato politico (ormai alquanto lontano) dell'esponente ex comunista, non considerando, però, la sua esperienza istituzionale come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri di un paese fondatore dell' Europa. Vincono insomma coloro che vogliono che l'Europa viaggi a una media velocità, senza accelerazioni o strappi a danno dei singoli Stati. Un'Europa per la quale non è sempre facile dialogare con gli Usa, la Cina e gli altri protagonisti del terzo milliennio.
«A quanto pare hanno prevalso le ragioni di Stato e le esigenze del governo britannico sulle obiettive competenze e capacità di rappresentare una forte politica estera europea», commenta il segretario del Pd Pierluigi Bersani, deluso per la bocciatura del collega di partito D'Alema, che elegantemente fa subito gli auguri a Van Rompuy e alla Ashton. «È stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso in un momento così importante per l'Europa», sono le parole dell'ex premier italiano. Solidarietà a D'Alema anche dal presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto: «È una oggettiva sconfitta per il nostro paese che si era impegnato come governo, e ovviamente come opposizione, per un risultato positivo, aldilà delle mille ragioni di discussione e di dibattito che molti di noi hanno sulle posizioni politico-culturali dell'onorevole D'Alema». Non commenta, uscito dal vertice Ue, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. D'Alema incassa comunque anche la stima della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Mi dispiace. Per l'Italia sarebbe stata una cosa buona. D'Alema certamente aveva le caratteristiche per poter svolgere questo ruolo nel modo migliore». Adesso l'attenzione si sposta alle prossime nomine europee di rilievo: oltre a rinnovo della Commissione europea, la presidenza dell'Eurogruppo e della Banca centrale europea. Autorevoli i candidati italiani: il ministro dell'Economia Tremonti (Eurogruppo) e il governatore di Bankitalia Mario Draghi (Bce). (M. Do.) Il Sole 24 Ore
|
| |
MALI ITALIANI / Il paese degli affari di famiglia
di Michele Ainis - Il Sole 24 Ore
|
| |
| |
|
16 Settembre 2009
|
Secondo una rilevazione Censis (2006), il 61% degli italiani considera i soldi di famiglia e le conoscenze di papà ben più importanti del merito se vuoi farti largo nella vita. Come dargli torto? In Italia il nepotismo è un fatto, non un'opinione. Il X rapporto Almalaurea (2008) attesta che il 44% degli architetti italiani ha il padre architetto, il 42% degli avvocati è figlio d'avvocati, il 39% degli ingegneri genera figli ingegneri, e via elencando. Altrove verrebbe giudicata una sciagura, una malapianta da estirpare. Qui no, e anzi c'è chi se ne vanta.
In un'audizione alla Camera svolta il 29 marzo 2007, il presidente del Consiglio nazionale del notariato - Paolo Piccoli - ha osservato con orgoglio che soltanto il 17,5% dei notai italiani è figlio di notai. Soltanto? Questa cifra significa che oltre un posto su sei messo a concorso è un affare di famiglia, tanto varrebbe giocarselo in una riunione di parenti. Come peraltro accade nelle imprese familiari: passano di padre in figlio 66mila aziende l'anno, e infatti esistono ben due sindacati delle aziende di famiglia (l'Aidaf e l'Apaf), nonché un sito internet (www.familybusinesssmart.com) per gli addetti ai lavori, dove si dichiara con orgoglio che fra le imprese familiari più longeve al mondo 5 su 10 parlano italiano.
D'altronde alle nostre latitudini il nepotismo viene benedetto con tutti i crismi del diritto. È il caso, rispettivamente, dei farmacisti e dei bancari. Per i primi la legge n. 362 del 1991 aveva inventato la figura del farmacista mortis causa, assegnando al coniuge o all'erede, anche se privo delle qualifiche richieste, il diritto di gestione del negozio; nel 2006 un'altra legge ha poi temperato questa regola, ma senza reciderla del tutto. Quanto ai bancari, basta consultare l'articolo 15 del regolamento del personale della Banca d'Italia, che riserva un posto al sole per figliolanza e vedove degli ex dipendenti.
Ma dopotutto c'è voluta una sentenza della Cassazione (18 marzo 2008, n. 12.131) per stabilire che il nepotismo è reato; la Corte d'appello di Napoli era stata di parere opposto, anche se nella fattispecie due assessori e un sindaco avevano favorito una cooperativa che in cambio avrebbe dovuto assumere i loro più stretti congiunti.
Nella nostra bandiera nazionale, diceva Leo Longanesi, dovremmo metterci una scritta: «Tengo famiglia». È la bandiera cui rendono omaggio gli accademici (117 professori indagati presso le Procure di varie città italiane, alla data del 2008, per favori impropri ai loro familiari) non meno dei politici. Fra gli episodi più recenti: l'assunzione per chiamata diretta alla Regione Siciliana della figlia del nuovo assessore al personale, Giovanni Iarda, che fin lì si era distinto per la sua campagna all'arma bianca contro i fannulloni (settembre 2008). Il pieno di sorelle e di cognati a Sviluppo Italia in Calabria, 34 assunti senza concorso, ben pagati e ovviamente indisturbati, finché un quotidiano locale non ha scoperchiato gli altarini (luglio 2007). L'iradiddio scatenata dal ministro Bossi dopo la bocciatura del figliolo Renzo all'esame di maturità, con tanto d'accuse ai docenti meridionali che s'accaniscono contro l'intellettualità padana, finché la sua collega di governo Gelmini non ha mandato gli ispettori a rovistare fra i cassetti della commissione d'esame (ottobre 2008).
Più o meno negli stessi giorni, a Roma, cadeva l'appuntamento annuale con il Festival internazionale del film. Una rassegna del cinema d'autore? No, l'elenco del telefono dei figli d'autore. Inaugurazione affidata al film L'uomo che ama di Maria Sole Tognazzi, figlia del grande Ugo Tognazzi, nonché sorella del regista Ricky e dell'attore Gianmarco. A seguire un dvd firmato da Christian De Sica, figlio di Vittorio. Poi i Vanzina, Enrico sceneggiatore e Carlo regista, ambedue figli di Steno. L'altra coppia di figli registi (Marco e Claudio) del regista Dino Risi. Fino ai Manfredi, al figlio di Alida Valli, agli altri innumerevoli campioni del familismo applicato allo spettacolo. D'altronde in Rai va pure peggio: nel sito web di Beppe Grillo chiunque può leggere una lenzuolata di fratelli, nipoti, zii e cugini di qualche illustre personaggio, fra gli 11mila dipendenti del gruppo (Conigliera Rai, 8 settembre 2006).
Da qui una questione di giustizia, d'equità sociale. E la giustizia reclama a propria volta interventi correttivi, allo scopo di riequilibrare le posizioni ai nastri di partenza della corsa. Come? Rovesciando l'idea che il presidente Kennedy applicò nell'America dei primi anni 60, una "discriminazione alla rovescia" per garantire l'égalité de chances ai neri, alle donne, a tutte le minoranze svantaggiate. Per esempio: in quest'azienda si diventa dirigenti maturando almeno 10 anni di servizio, ma se sei nero te ne bastano 5. L'idea di Kennedy si tradusse nella politica delle azioni positive (affirmative actions), che concessero un metro di vantaggio a quanti provenivano da un gruppo discriminato; e allora forgiamo altrettante azioni negative, facendo partire dietro a tutti gli altri quanti verranno poi sospinti nella corsa dalle proprie relazioni familiari.
In breve: sei figlio di notai e partecipi a un concorso da notaio? Nel tuo caso per guadagnarti il sigillo notarile ti serve un punteggio più elevato. Forse con questa soluzione renderemo finalmente effettiva la meritocrazia, potremo darle fiato e gambe.
D'altronde in tutto il mondo non mancano le ipotesi in cui la provenienza familiare si traduce in un divieto d'assunzione. Una fra le maggiori società internazionali di consulenza, la McKinsey, sbarra l'accesso ai figli dei propri partner, anche se hanno in tasca una laurea con 110 e lode. In India i magistrati che hanno un parente avvocato vengono immediatamente trasferiti ad altro distretto giudiziario. Newropeans, un movimento politico transeuropeo che ha debuttato alle elezioni del 2009 per il rinnovo del parlamento di Strasburgo, proibisce espressamente ai propri deputati d'impiegare congiunti nello staff. Nell'agosto 2008 il governatore del Rhode Island, Donald Carcieri, è finito sotto inchiesta per aver assunto la nipote: in quel minuscolo stato americano un regolamento antinepotismo del 1991 proibisce infatti a ogni autorità pubblica d'ospitare nello stesso ufficio un familiare.
Ma negli Usa questa non è affatto un'eccezione: norme ancora più restrittive vengono sancite nel paragrafo 1.119 del Code of Governmental Ethics della Louisiana, così come in vari statuti comunali (dal 2008, per esempio, a Stratford e a Oakland, dove il divieto s'estende fino ai cugini di secondo grado, e comprende inoltre fidanzati e fidanzate).
Imitare pari pari questi esempi ci condurrebbe tuttavia da un'ingiustizia all'altra. Non si può proibire alla figlia di un magistrato d'intraprendere la carriera giudiziaria, o al figlio di un cattedratico di puntare a sua volta alla cattedra. Magari superando il genitore, come succede qualche volta. Se l'azione negativa si traduce in un divieto insormontabile, va incontro alle medesime obiezioni cui s'espongono le quote, le riserve rigide di posti. Meglio, molto meglio un premio, o nel caso specifico una penalità. Se poi il giocatore ha buona stoffa, non gli sarà difficile sovvertire il punteggio in suo favore.
michele.ainis@uniroma3.it
|
|
Uno scandalo tutto italiano
Sviluppo Italia
coi famigerati figli di... (Come sempre...)
Franco Bechis per “Italia Oggi”

Alla fine ce l'ha fatta. Domenico Arcuri, il dinamico amministratore delegato di Sviluppo Italia (da qualche mese ribattezzata Agenzia), è riuscito a portare a lavorare con sé come dirigente il giovane e bravo Gabriele Visco. Per alcuni mesi nell'estate scorsa l'aveva chiamato come consulente (per 46 mila euro da luglio a settembre), poi il rapporto si era interrotto, rischiando di reinserire il manager in quell'esercito di bamboccioni mal sopportati dal ministro dell'economia Tommaso Padoa-Schioppa. Un rischio per fortuna scongiurato: ci sarà un bamboccione in meno. Anche se non troppo lontano da casa: Gabriele è il figlio di Vincenzo Visco. Sviluppo Italia è controllata al 100% dal ministero dell'economia.
Formalmente non scatta il conflitto di interessi, perché se l'azionista unico di Sviluppo Italia è lo stesso ministero di cui papà Visco è viceministro, la delega sugli indirizzi di gestione spetta al ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, che a sua volta ha affidato l'incarico al suo viceministro, Sergio D'Antoni. Sicuramente Gabriele Visco avrà le caratteristiche professionali necessarie all'incarico, e già dopo le prime polemiche sulla consulenza affidata Arcuri aveva spiegato di conoscere personalmente il giovane manager e di averne potuto apprezzare le qualità in passato quando si erano incontrati ognuno dei due lavorando per un'azienda privata. Ma certo non ci sono stati megafoni ad amplificare una notizia che qualche rilievo politico o per lo meno di costume, sembra avere. L'avrebbe in qualsiasi paese del mondo.
Per noi è stato difficile se non quasi impossibile verificarla nell'ultima settimana, anche se l'avevamo appresa casualmente da fonte assai qualificata. Stefano Sansonetti, il nostro giornalista che da settimane conduceva un'inchiesta sulle consulenze dello Stato e delle società controllate e sulla scarsa trasparenza che ancora le circonda, ha provato a percorrere la strada maestra, telefonando direttamente alla società. L'ufficio stampa ha sostenuto di non potere essere utile, non avendo possibilità di verificare questo tipo di informazioni. E si è dovuto aggirare in una selva di no comment, di mezze ammissioni, di affermazioni “non ufficiali”, perfino invitato a rivolgersi ai sindacati “che di solito queste cose le sanno”.
Non male per chi è tenuto dalla legge alla più assoluta trasparenza. Ma d'altra parte anche sulle consulenze Sviluppo Italia comunica un po' quel che vuole. Qualcosa ha messo sul proprio sito Internet - come dice la legge - la capogruppo, molte società controllate e quasi tutte le società regionali invece rimandano a un chiarimento interpretativo sulle norme stabilite dalla finanziaria del 2007 su cui evidentemente non è riuscito in più di un anno a fornire lumi il ministero dell'Economia.
Alla fine sono stati assai più utili e trasparenti in questi giorni i vari centralinisti di Sviluppo Italia, che non solo hanno provato inutilmente a passare Gabriele Visco al telefono (non c'era come la maggiore parte dei dirigenti del gruppo), ma alla bisogna hanno fornito l'interno e perfino la qualifica in azienda come riportata sul loro elenco telefonico aziendale.
Se si basa sulla predisposizione dei centralinisti la trasparenza tanto vantata dal governo e dalla pubblica amministrazione, temo che le polemiche sulla casta e le successive promesse di cambiamento abbiano prodotto risultati assai scarsi. Basta leggersi le tre pagine di inchiesta che oggi pubblichiamo su cosa avviene negli Stati Uniti nel cuore della campagna elettorale per le presidenziali che stanotte ha avuto il suo primo significativo test nello Iowa. Mentre qui bisogna arrangiarsi alla meglio per strappare qualche notizia, negli Usa ogni minimo particolare del presidente in carica, del suo staff, dei suoi familiari, dei candidati alla successione con relativo staff e famiglia e in pari modo di ogni membro del congresso è esposto al pubblico non volontariamente, ma in base a una legge federale.
Non solo: tutto è verificato da una apposita commissione indipendente (la Fec) che rende immediatamente pubblici i risultati dell'esame. George W. Bush è stato costretto a dichiarare di avere ricevuto dal cantante Bono in regalo un banale Ipod così come ogni movimento finanziario (acquisto o vendita di azioni) compiuto da lui e da membri della sua famiglia. La senatrice Hillary Clinton è tenuta a pubblicare i nomi di tutti gli esponenti del suo staff che, recandosi in un qualunque posto dell'America per tenere una conferenza hanno ricevuto gratuitamente un passaggio aereo.
Ogni tre mesi viene aggiornata anche questa lista, con l'indicazione di chi ha usufruito del piccolo benefit, del valore economico dello stesso, con tanto di nome del benefattore. Qualsiasi membro del congresso americano, oltre a tutti i movimenti finanziari che direttamente o indirettamente lo riguardano, è obbligato a rendere pubbliche tutte le linee di credito concesse. Perfino se si tratta di una carta di credito rateale. Prima, durante e dopo le elezioni...
Dagospia 04 Gennaio 2008
http://www.osservatoriosullalegalita.org/03/inchiesta/00forest.htm
Scandalo Onlus a Genova: l'accusa è associazione a delinquere
Il sito del magazine Vita fornisce i primi aggiornamenti sulla triste vicenda avvenuta a Genova, che coinvolge il mondo della solidarietà e del sostegno a distanza.
Corrado Oppedisano, presidente del Centro di Cooperazione Sviluppo Italia, associazione che si occupa di iniziative a favore dei paesi del terzo mondo, nonché portavoce del Forum Sad, è stato arrestato questa mattina all'alba dai Carabinieri di Genova. Con lui sono stati arrestati il dirigente generale Simone Castellini e il tesoriere Marco Curzi. L'accusa è di associazione a delinquere finalizzata all' appropriazione indebita di fondi destinati alla beneficenza per scopi umanitari.
E' in corso una perquisizione della Guardia di finanza presso la sede dell'associazione. Dopo un'indagine durata un anno, gli inquirenti hanno dimostrato la presenza di un conto svizzero personale di 200mila euro (intestato al Curzi), presso cui confluiva parte dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo in Mozambico e in altri paesi dell'Africa.
«Questa notizia ci ha sconvolti, siamo in attesa di avere notizie più precise» afferma Vincenzo Curatola, portavoce del Forum Sad, il Forum nazionale del Sostegno a distanza di cui faceva parte il CCS e di cui Oppedisano è l'altro portavoce.
(fonte: Vita.it)
………………………
IL GIORNALE
Centosessanta. Almeno fino a ieri, almeno quelle già comunicate. Tante sono, 160 appunto, le disdette finora giunte al «Centro coordinamento sviluppo», la Onlus umanitaria che si occupa di adozioni a distanza e che è stata di fatto «decapitata» da un’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere il presidente Corrado Oppedisano, il tesoriere Marco Curzi, e il segretario generale Simone Castellini con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla distrazione di fondi destinati ai bambini del Terzo mondo. L'associazione sta ricevendo chiamate di ogni tipo da parte di molti dei 23.000 «genitori adottivi» che hanno scelto di sostenere a distanza i bambini fidandosi dell'opera di questa Onlus che opera da 18 anni in cinque Paesi in via di sviluppo. «C'è chi ci chiama insultandoci e considerandoci tutti ladri - spiega Paola Brandolini, responsabile delle sede genovese -. Ma anche chi ha capito che non è l'associazione a essere marcia e ci invita a tenere duro in questo momento difficile.
………………………………………….
Lettera di Milena Gabanelli (“Report”) al “Sole 24 Ore”
Caro direttore, il 3 settembre scorso leggo sul suo giornale la bella intervista di Mariano Maugeri al nuovo amministratore delegato di Sviluppo Italia, Domenico Arcuri. Rimettere Sviluppo Italia sui suoi binari credo sia oggi una operazione molto complessa, ma non impossibile se affidata a uomini capaci e determinati.
Come giustamente dice Maugeri, il tempo ci dirà se Arcuri è l'uomo giusto. Certamente è un uomo che sa dove ha messo i piedi. Durante la conferenza stampa del 5 luglio ha detto di aver ereditato una farsa. Al suo giornale ha dichiarato «mentre accadeva tutto questo dov'erano la politica, il sindacato, i mass media? Nessuno ha tentato di capire cosa accadesse in una società che faceva acqua da tutte le parti con i soldi dei contribuenti».
Il punto è proprio questo: i soldi dei contribuenti. Il signor Arcuri certamente non ignora che qualche contributo all'informazione “Report” lo ha dato, poiché il viceministro con delega su Sviluppo Italia, Sergio D'Antoni, nel mese di marzo ha dichiarato alla nostra telecamera: «Ho visto la trasmissione, avete fatto un atto di denuncia. Ne abbiamo tenuto conto, tanto da provvedere alla
D'Antoni si riferiva alla nostra inchiesta trasmessa ad ottobre 2006, nella quale si documentavano gli orrori ereditati da Arcuri. Bene, il risultato di quella denuncia è stata una citazione per danni per 5 milioni di euro da parte di Sviluppo Italia. Qualche mese dopo cambiano i vertici, ma la causa va avanti.
D'Antoni sa come andavano le cose là dentro, e alla domanda «Abbiamo detto qualcosa di sbagliato?» la risposta è: «No, assolutamente». Allora, mi chiedo, per quale ragione il signor Arcuri permette che si continuino a spendere i soldi dei contribuenti per pagare gli avvocati in una causa contro la Rai e due giornaliste che non hanno fatto altro che il loro mestiere, ovvero fornire quelle informazioni che, sempre secondo Arcuri, latitavano.
È importante prendere posizione su questo punto, altrimenti si legittima il sospetto che fra nuova e vecchia dirigenza ci sia ancora un legame molto solido: il comportamento intimidatorio verso quella stampa che mette il naso dove non dovrebbe, salvo poi reclamarne l'assenza quando conviene.
Infine un fatto allarmante. Arcuri nell'intervista al suo giornale dichiara: "Pongo come condizione quella di continuare a lavorare con il ministro Bersani. Sappiate che quando farà le valigie, me ne andrò dietro di lui». Ma Arcuri è un manager e Bersani un politico! I loro destini dovrebbero essere subordinati solo ai risultati. A meno che Sviluppo Italia, nonostante gli intenti sbandierati, non abbia nessuna intenzione di diventare "impresa", ma preferisca continuare a servire le clientele.
06 Settembre 2007
..........................................................................................................
Mariano Maugeri per il Sole 24 Ore
L'esordio era stato di quelli col botto, con frasi a effetto: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». A Domenico Arcuri, una carriera in continua ascesa tra la Luiss di Roma (dove prima si è laureato e poi ha insegnato) e un lungo cursus honorum tra le società di consulenza Arthur Andersen e Deloitte, è toccato l'ingrato compito di trasformare in una vera azienda quel polpo dai mille tentacoli che è Sviluppo Italia, la società di proprietà del Tesoro che avrebbe dovuto avere due sole missioni: attrarre imprese straniere e favorire la nascita di nuove aziende. Troppo facile. In poco meno di un quinquennio Sviluppo Italia è diventata una conglomerata con 181 società e 492 amministratori.
Al 43enne Arcuri il compito di fare pulizia. Un'attività alla quale se n'è aggiunta un'altra silenziosa, quasi carsica: l'assunzione di nomi eccellenti, figli di ministri che secondo un galateo etico e di buon senso dovrebbero stare alla larga da una società pubblica.
Il primo a varcare le porte di via Calabria, quartier generale di Sviluppo Italia, è stato il nipote di Sergio Mattarella, deputato dell'Ulivo, ex ministro della Difesa e fratello di Piersanti, il presidente della Giunta regionale siciliana ucciso dalla mafia. Il suo nome è Bernardo, come il nonno paterno, che fu ministro della Repubblica nei Governi Pella, Fanfani e Scelba. Bernardo junior è stato assunto alla direzione Finanza con un contratto da dirigente. Arriva con lo stesso ruolo che ricopriva a Banca Nuova, il gruppo siciliano emanazione della Popolare di Vicenza, dov'era dirigente alla Pianificazione.
Altro nome eccellente è quello di Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, attuale viceministro dell'Economia e, come tale, uno dei controllori di Sviluppo Italia, anche se tecnicamente la delega dell'Agenzia è nelle mani del ministero delle Attività produttive.
Gabriele è un esperto di telecomunicazioni, fino a qualche mese fa in forza a Telecom Italia, dove approdò ai tempi di Colaninno.
A volerlo è stato il solito Arcuri, da cui dipende direttamente, anche se per il momento non ha potuto offrirgli nulla di più di un contratto di consulenza. Due acquisti che creeranno qualche grattacapo al neo amministratore delegato e al presidente del consiglio di amministrazione Nicolò Piazza, palermitano purosangue prescelto dal viceministro Sergio D'Antoni, il vero deus ex machina del riassetto di Sviluppo Italia.
Diversa sorte è stata riservata a Crescenzio Costa, figlio della seconda moglie del ministro per le Riforme e l'Innovazione, Luigi Nicolais.
Dopo 18 mesi di contratti a tempo determinato tra Roma e Napoli, il giovane Crescenzio è stato inserito tra i 319 interinali che Arcuri ha deciso di non rinnovare. Se sia stata la trappola del cognome a tradire il figlio acquisito di Nicolais nessuno sa dirlo. Certo è che Sviluppo Italia, indipendentemente dalle maggioranze che governano il Paese, sembra uno dei rifugi prediletti per i figli e nipoti di politici con tre quarti di nobiltà ministeriale.
16 Agosto 2007
Politica e spese-Il caso
Se «Sviluppo Italia» è «Sviluppo Parenti»
In Calabria l’agenzia conta 34 assunti tra figli, fratelli e consanguinei. Di destra e di sinistra
«Sviluppo Parenti»: tanto varrebbe chiamarla così, la società Sviluppo Italia. Almeno in Calabria. Tra i dipendenti di quella che doveva essere una specie di nuova Iri «ma più moderna, agile ed efficiente» per rilanciare il Sud attirando investimenti esteri, figurano infatti decine di figli, cognati, sorelle, cugini e parenti vari di politici, sindacalisti, giudici. Assunti senza concorso, per chiamata diretta. E decisi a sostenere bellicosamente d'essere stati assunti per brillanti meriti professionali.
Che la società, al di là della pomposità manageriale della «mission» dichiarata («L’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa è impegnata nella ripresa di competitività del Paese, in particolare del Mezzogiorno») sia diventata un carrozzone non è una novità. Lo sostiene il Sole 24 Ore che ne ha chiesto la chiusura perché «sbaraccare sarebbe un segnale di svolta più forte di qualunque riforma annunciata». E lo ha ammesso perfino l’amministratore delegato Domenico Arcuri: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». Basti ricordare che, in attesa del drastico riordino annunciato, il gruppo è oggi un arcipelago di 181 società dotato di 492 amministratori, in larga parte legatissimi alla politica. Nelle sole «controllate» siedono 168 consiglieri di amministrazione, 93 sindaci e 78 membri degli organismi di vigilanza per un totale di 339 persone. Quanto ai dipendenti, sono 1.719, organizzati in maniera folle: il 63% negli «staff» e solo il 37% nelle «linee», da dove vengono i ricavi. Per non parlare delle gerarchie che, come ha scritto sul quotidiano economico Nicoletta Picchio riprendendo la denuncia dello stesso Arcuri, sono eccentriche: «Un dirigente governa due quadri, tutti e tre comandano 5 impiegati».
C’è poi da stupirsi se, stando ai dati Luiss Lab, Sviluppo Italia ha attratto investimenti stranieri nel triennio 2003-2005 per un totale di 297 milioni di euro contro i 760 veicolati in un solo anno, nel 2005, dalla omologa di Dublino che potremmo chiamare «Sviluppo Irlanda»? Dentro un quadro come questo, che ha spinto i vertici a giurare su una svolta netta con una riduzione del personale degli «staff» dal 63 al 20 per cento, un taglio di 601 dipendenti e una radicale ristrutturazione delle strutture periferiche, la Calabria merita una messa a fuoco. Se la Sicilia ha due sedi a Palermo e Catania, la Puglia una più due «incubatori» e la Campania ancora una più due «incubatori», l’assai meno popolata Calabria ne ha cinque. Quattro sedi a Cosenza, Crotone, Reggio e Vibo Valentia più un «incubatore» a Catanzaro. Come mai? Tutto «merito», dicono affettuosi gli amici e critici gli avversari, di quello che è stato il patriarca calabrese della società: Francesco Samengo. La cui biografia merita qualche riga perché rappresenta plasticamente le contraddizioni della macchina pubblica. Venti anni fa venne infatti passato allo spiedo dagli ispettori mandati dall’allora governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi a capire come diavolo avesse fatto la «Carical» (Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania), a lungo feudo della Democrazia cristiana e pilastro d’una politica spendacciona e clientelare, a inabissarsi in una voragine di mille miliardi di debiti. Saltò fuori di tutto.
Mutui accordati per pagare assegni protestati. Altri accordati accendendo due o tre ipoteche sulla medesima casa. Conti in rosso da incubo tollerati in base a «una buona impressione soggettiva ». Fidi da tre miliardi di lire dati per «finanziamento campagna pesche e pomodori » a un tipo che assicurava (e nessuno controllò se fosse vero) che avrebbe avuto un contributo europeo. Prestiti astronomici concessi «in attesa incasso contributo della Regione Calabria» nonostante fosse stata accertata «l’inesistenza della contabilità interna» del cliente. Una gestione scellerata. Che sfociò in un tormentone processuale evaporato tra rinvii e assoluzioni, rinvii e prescrizioni. E in una causa civile, con richiesta di danni per 80 milioni di euro, contro vari amministratori tra i quali appunto Samengo. Allora ras della banca a Cassano Jonico. Dove una casalinga (Angelina Lione) era arrivata ad avere un mutuo dando in garanzia «costruzioni abusive» e a ottenere finanziamenti vari, secondo Bankitalia, «denunciando un patrimonio netto di 4,3 miliardi esistente solo nella sua mente». Altri, in Paesi seri, sarebbero stati spazzati via. Samengo no. E dopo qualche anno di apnea, grazie all’appoggio dell’Udc («io non ne so niente di niente», giurò Giulio Tremonti) si ritrovò nel 2002 promosso ai vertici nazionali di Sviluppo Italia da quello stesso Stato che da lui avanzava i soldi della Carical. Bene.
Ricostruito il quadro, il giornale La Provincia Cosentina ha sparato nei giorni scorsi a tutta pagina un’inchiesta di Gabriele Carchidi. Con un elenco di 34 «assunzioni clientelari riconducibili ai politici di destra e sinistra, uomini di legge e dirigenti ». Figli, nipoti, cognati, cugini... Ed ecco Nerina Pujia, figlia del potente ex parlamentare della Dc Carmelo. Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale diessino Enzo. Cecilia Rhodio, figlia dell’ex presidente regionale democristiano Guido. Paola Santelli, sorella dell’ex sottosegretario alla Giustizia e oggi deputata azzurra Jole. Marco Aloise, candidato sindaco per An a Paola nel 2003. Luigi Camo, figlio dell’ex senatore ulivista Geppino, oggi presidente della Sorical. Giovanna Campanaro, nipote dell’ex deputata democristiana e oggi «loierista» Annamaria Nucci (ora assessore comunale a Cosenza) e dell’ex assessore regionale Giampaolo Chiappetta.
E poi ancora Andrea Costabile, nipote dell’ex assessore regionale e attuale senatore Udc Gino Trematerra. Ed Emilio De Bartolo, assessore comunale diessino di Rende, figlio dell’ex assessore ed ex preside della Facoltà di Economia all’Unical Giuseppe. E Giada Fedele, moglie del casiniano vicepresidente del Consiglio regionale Roberto Occhiuto. E Sandro Mazzuca, assunto con la moglie Fausta D’Ambrosio per la felicità dello zio acquisito Pino Gentile, consigliere regionale azzurro. E Antonio Mingrone, nipote dell’ex deputato forzista G. Battista Caligiuri. EGiovanna Perfetti, figlia dell’ex consigliere regionale buttiglioniano Pasqualino. E via così. Qualcuno, seccato, s’è precipitato a precisare. Paola Santelli assicura che l’assunzione è precedente all’elezione della sorella Jole in Parlamento. Il senatore mussiano Nuccio Iovene che suo fratello Daniele lavorava da anni «alla Società per l’imprenditoria giovanile» assorbita da Sviluppo Italia. Altri hanno fatto spallucce. Macché scandalo, così fan tutti...
Gian Antonio Stella
04 agosto 2007
Risanare prima di tutto. E magari assumere anche qualche nome eccellente. Come quelli, segnalati dal Sole-24 Ore, di Gabriele Visco e Bernardo Mattarrella. Domenico Arcuri è stato chiamato alla guida di Sviluppo Italia, società privata del ministero del Tesoro con una missione da svolgere: fare pulizia, tagliare qua e là per mettere a dieta una struttura, quella della holding di Stato, "elefantica" per stessa ammissione del manager laureato alla Luiss.
Libertà di azione per l'ad di Sviluppo Italia dunque. Anche se scorrendo la lista dei nomi dei nuovi assunti qualche dubbio verrebbe. Uno si chiama Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, viceministro dell'Economia e come tale uno dei controllori di Sviluppo Italia. Gabriele è un esperto di comunicazione e fino a pochi mesi fa lavorava in Telecom Italia. Per lui un ricco contratto di consulenza. L'altro si chiama Bernarndo Mattarrella, nipote di Sergio, parlamentare ulivista ed ex ministro della Difesa. Per lui un contratto da dirigente nella divisione Finanza, ruolo che prima ricopriva a Banca Nuova. I curricula ci sono: nulla da obiettare. Ma sono sempre figli, nipoti di ministri che dalla cosa pubblica dovrebbero tenersi ben lontani: non per demeriti, ma per bon ton. Qui invece succede il controllato assume addirittura il figlio del controllore. E poi i nostri governanti si lamentano se dei giornalisti li chiamano casta....
18-2-2000 La banda del buco
a SVILUPPO ITALIA ?
"L’industriale napoletano Umberto Di Capua, presidente di Abb-Italia e vicepresidente dell’Assolombarda, sarà il nuovo numero uno di Sviluppo Italia (la società, al 100% del Tesoro, che doveva far ripartire lo sviluppo nel Sud)". (IlMessaggero, 17 Febbraio 2000).
Nel consiglio entrano anche Vincenzo De Bustis, amministratore della Banca del Salento (da poco assorbita dall'Mps di D'Alema), e Giuseppe Vita, (Deutche Bank), presidente della Sharing di Berlino.
"A questi si aggiungerà poi, con una Sviluppo Italia
E' la nuova "Cassa del Mezzogiorno" voluta da Bertinotti per dare l'ok alla legge Treu sul lavoro in affitto e alla finanziaria da 100.000 miliardi, organizzata da Ciampi, nominata da D'Alema appena dopo la caduta di Prodi.
speciale deroga alla norma istitutiva che lo vietava, un rappresentante del Dipartimento Sviluppo del ministero del Tesoro.
Restano al loro posto invece gli amministratori Dario Cossutta (figlio di Armando) e Carlo Borgomeo (ex-segretario della Cisl)".
Nei giorni scorsi si erano dimessi il presidente di Sviluppo Italia, Patrizio Bianchi, prodiano, il vice presidente della Confindustria ed ex-dirigente Fiat Carlo Callieri (papabile per il dopo-Fossa), e ancor prima Mariano D'Antonio.
&_#61607; Umberto Di Capua
è presidente di Asea Brown Boveri (Abb) Italia, gruppo elettromeccanico svizzero-svedese, e fino a un mese fa ne era anche l'amministratore delegato.
_____ Di Capua, che assieme al nuovo incarico "pubblico" manterrà quello di presidente di Abb, ha recentemente sollecitato il governo a privatizzare e deregolamentare "tutti i settori (dall'energia elettrica ai telefoni al gas) in maniera molto determinata" (IlSole24ore,22-12-1999), insistendo in modo particolare sulle centrali dell'Enel.
_____ Non a caso "Abb Italia aveva manifestato nei mesi scorsi un interessamento per la dismissione delle centrali elettriche dell'Enel, nell'ambito del processo di liberalizzazione del mercato"...
"Di Capua ha stigmatizzato ... i tempi lunghi del procedimento, ma ha ribadito l'interessamento per le centrali di Piacenza e Casella" (IlSole24ore,9-4-1999).
____ Umberto Di Capua e' stato ininterrottamente amministratore delegato di Abb dal settembre 1990 al 13-1-2000, e ora ne è il presidente. precedentemente era stato per dieci anni a capo della Itt industrie riunite e ancora prima alla Sgs, alla Fiat e alla Ercole Marelli, dove e' stato amministratore delegato.
____ Umberto Di Capua, in "quota" ai prodiani, è uno dei firmatari dell'appello pro-Romiti dopo la condanna per tangenti inflitta all'ex-presidente della Fiat dal Tribunale di Torino;
durante tangentopoli Di Capua, chiamato in causa dal vice presidente di Abb Ivo Braglia, fu arrestato (1993), ma ne uscì indenne. Abb in alcuni processi patteggiò con i giudici il versamento di alcuni miliardi: per la MM, ad esempio, se la cavò con 1miliardo e 924milioni (L'Indipendente,15-3-96). Mazzette
Confindustria e Sviluppo Italia
."Le imprese a capitale estero che operano in Italia sono disponibili ad aiutare Sviluppo Italia" (IlSole24ore,14-8-99).
Presidente di questi "benefattori", riuniti nel "Comitato Tecnico Imprese Multinazionali di Confindustria", è Domenico Ferraro, vice presidente di Alcatel Italia.
"Ecco le proposte del Comitato: accompagnare i vertici di Sviluppo Italia ... in tutte le sedi mondiali dove vengono date le indicazioni al grande capitale su dove investire ..." (IlSole24ore,14-8-99).
Il 28-5-1993 Lomoro Giuseppe, braccio destro di Parrella, confessa a San Vittore di aver ricevuto da varie aziende 60 miliardi di mazzette, finite poi nelle tasche dei partiti di tangentopoli, e fornisce a Di Pietro anche gli estremi delle operazioni bancarie. Tra gli altri (Pirelli, Olivetti, Sirti, Italtel, Aet, Marconi, Siemens, Ericson, Fatme, ..) parla di "Alcatel in persona di Ferraro prima e Gulemani poi complessivamente la somma di circa 7 miliardi con versamento estero su estero oltre a una parte in Italia", e di "Telettra in persona di Palieri e Viola complessivamente la somma di circa 3 miliardi e 300 milioni".
Palieri, interrogato a Torino dal PM dott. Sandrelli il 27-1-'96, confermò mazzette a Lomoro in Svizzera per 5 miliardi.
La Telettra nel 1990 è passata dalla Fiat all'Alcatel, ove Ferraro era amministratore delegato e Palieri presidente (dal '91 al posto di Mattioli).
• Domenico Ferraro attualmente è membro della Giunta della Confindustria e presidente dell'Associazione nazionale telecomunicazioni dell'Anie (vice presidente è Salvatore Randi che a suo tempo come Italtel versò a Lomoro "la somma di 3 miliardi e 800 milioni").
Ferraro ad aprile '99 è stato nominato "tesoriere dell'Anie, con delega specifica per il coordinamento degli affari finanziari del sistema Anie" ( ! ).
• Raffaele Palieri dal '91 al '95 è stato presidente dell'Anie, l'associazione nazionale delle industrie elettrotecniche ed elettroniche della Confindustria che ha sede presso la Fiera di Milano; vice-presidente era Umberto Di Capua
• Moltissime aziende dell'Anie erano coinvolte in tangentopoli, tanto da far pensare (mazzette Enel, FS, telefoni, ecc..) a un vero e proprio sistema pianificato dall'alto.
&_#61607; Giuseppe Vita
è a capo del consiglio di amministrazione della Schering, multinazionale farmaceutica tedesca, presso la sede centrale di Berlino. Manterrà tale incarico.
____Vita, nato a Favara (AG) nel 1935, e' entrato nell'allora gruppo chimico Schering nel '64 e non lo ha piu' lasciato salendo tutti i gradini della gerarchia aziendale. Diventò presidente del gruppo Schering (nel giugno del 1989, dopo aver diretto la filiale di Milano) e amministratore delegato.
____ Giuseppe Vita nel maggio del 1998 è stato nominato presidente della Deutsche Bank in Italia;
è inoltre diventato membro del consiglio di sorveglianza della Continental Ag (pneumatici), della Bewag Ag (elettricita' di Berlino), e della Herlitz. E' stato anche membro della beirat (comitato di esperti dei vari settori industriali) di Commerzbank Ag, a Francoforte;
nel '90 è stato nominato Cavaliere del lavoro da Cossiga.
&_#61607; Vincenzo De Bustis
Vincenzo De Bustis, dirigente romano, è dal '94 direttore generale della Banca del Salento, assegnata 3 mesi fa al Montepaschi di Siena (controllato dai DS) dal "libero" mercato comandato da Re Fazio (governatore della banca di Lorsignori) nel quadro della spartizione tra Fiat, Cuccia-Romiti, Bazoli, Unicredit, Banca di Roma e MpS.
&_#61607; Carlo Borgomeo
Napoletano, 52 anni, dal 1986 è presidente dell' Ig spa, societa' pubblica per l'imprenditorialita' giovanile, istituita sempre nel 1986 da De Michelis e da De Vito per gestire la legge 44 (agevolazioni per la nascita di nuove imprese promosse da giovani tra i 18 e i35 anni);
oggi si occupa anche della legge sul "prestito d'onore", oltre a iniziative di "sostegno" alle piccole e medie imprese.
Borgomeo è -con Cossutta- amministratore delegato di Sviluppo Italia con la delega alla gestione del personale. Deutche Bank Italia
Deutsche Bank Spa (Italia) e' nata nel '94 dopo che la Banca d'America e d'Italia (acquistata nell'86) ha rilevato il controllo della Banca Popolare di Lecco, che e' stata incorporata. Deutche Bank Spa ha comprato nel '95 Finanza e Futuro, società che gestisce fondi (anche pensione), e ha poi creato una serie di societa' operanti in Borsa, come la Sim della banca, nei fondi immobiliari e nel ramo vita.
Giuseppe Vita -che ne era già vice presidente- nel '98 è stato nominato presidente di Deutche Bank Italia, con Carl von Boehm-Bezing vice presidente e Gianni Testoni amministratore delegato.
La tedesca Deutche Bank, con presidente Rolf Breuer, è la prima banca del mondo dopo l'acquisto con 20.000 miliardi di lire della Bankers Trust (ottava banca americana), e recentemente ha costituito la Db Investor a cui fanno capo partecipazioni azionarie del valore di 42.000 miliardi di lire (19.000 miliardi per il 12% di Daimler-Chrysler della quale è prima azionista, 13.000 miliardi per il 9,4% di Allianz, 7.000 miliardi di lire per il 10% di Munich Re); è nel patto di sindacato della Fiat, mentre -pur avendo una grossa presenza in Comit- è esclusa dalla gestione di Banca Intesa perchè ora, insieme ad Agnelli, si contrappone a Cuccia.
Il consigliere del presidente del Consiglio D'Alema per la finanza e la multimedialità è Davide Corritore,
amministratore delegato di Deutsche Bank Fondi fino al maggio '98.
&_#61607; Dario Cossutta,
figlio di Armando, nominato 1 anno fa nel consiglio di amministrazione di Sviluppo Italia, dal luglio '99 ha fatto l'amministratore unico di Investire Italia; un mese fa, dopo la recente riorganizzazione, è stato nominato -assieme a Carlo Borgomeo- amministratore delegato di Sviluppo Italia con la responsabilità di tutta la parte amministrativa e finanziaria.
_____ Dario Cossutta da più di 10 anni è direttore della "banca d'affari" della Comit di Cuccia e Romiti (e ora di Bazoli): compravendita di aziende e di pacchetti azionari a fini speculativi, collocamento di società in Borsa, privatizzazioni (tra le altre, è il regista della privatizzazione di Seat-Pagine Gialle, ora inglobata dalla Telecom di Colaninno: alla Seat solo i profitti del 1999 sono superiori al prezzo di "vendita" di due anni fa !!);
quand'era Pillitteri sindaco, è stato consigliere a Palazzo Marino prima per il PCI e poi per Rifondazione.
"Sviluppo Italia, è tempo di chiudere", titolava IlSole24ore il 10-2-2000. Roberto Perotti, professore alla Columbia University di New York, scriveva:
"Finora tutti i programmi di Sviluppo Italia sono rimasti sulla carta. Ma non sempre saremo così fortunati ... i suoi dirigenti potrebbero decidere finalmente di fare qualcosa. E allora sarebbero veramente dolori per tutti".
Il giorno stesso Patrizio Bianchi si è dimesso da presidente di Sviluppo Italia, facendo ritorno all'Università di Bologna e alla Nomisma di Prodi.
Il ministro del Tesoro Giuliano Amato ha fatto capire che «è giunto il tempo di un Cda più manageriale, più legato alle imprese». Nel secondo ciclo, ha spiegato, «prenderà corpo» la missione di Sviluppo Italia «che è quella di elaborare progetti, venderli alle imprese e portarle nel Mezzogiorno per realizzarli». Ecco perciò la nomina di Di Capua, De Bustis e Vita per i quali secondo Amato non c'è incompatibilità con gli attuali incarichi privati !!
La "pubblica" Sviluppo Italia, che già lo scorso anno è stata gestita -tra gli altri- dal vice-presidente della Confindustria Callieri, è ora del tutto una filiale di Lorsignori.
cobasalfaromeo,18-2-2000
……………………………………………
Home News Calabria Lo Scandalo di Sviluppo Italia arriva in Parlamento. –
Scritto da Vincenzo Antolino
giovedì 16 agosto 2007
La scandalosa gestione di Sviluppo Italia Calabria resta al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica ma continua ad essere ignorata da gran parte del mondo politico e sindacale. Un silenzio eloquente che conferma come nel reclutamento dei figli di papà, che rappresentano il cento per cento del materiale umano dell’azienda, siano coinvolti tutti gli esponenti di primo e secondo piano della classe dirigente calabrese. A squarciare il velo del silenzio è stato ieri il deputato Francesco Caruso, eletto nella circoscrizione calabrese nella lista di Rifondazione Comunista . Nell’interrogazione dell’on. Caruso si fa riferimento all’ipotesi, che in qualche misura viene avallata, che prevede il passaggio di Sviluppo Italia Calabria alla Regione.Si tratterebbe di un abbinamento sciagurato che sommerebbe l’alta capacità affaristica degli amministratori regionali con l’alto tasso di nepotismo e clientele di Sviluppo Italia Calabria.Ne verrebbe fuori un carrozzone all’ennesima potenza. Una prospettiva che va decisamente scongiurata. Dalle vicende di Sviluppo Italia alla Principe – story e alla approvazione nel consiglio comunale di Rende di nuovi strumenti urbanistici. A votarli sono stati consiglieri che hanno consistenti interessi nel settore edilizio o come costruttori o come proprietari o parenti di proprietari di suoli edificatori. La Provincia Cosentina ha denunciato il grave conflitto d’interesse di assessori e consiglieri comunali suscitando la rabbiosa reazione dei Principe – boys. Sono arrivati anche annunci di querele che non ci spaventano. I giornalisti della Provincia Cosentina sono in grado di dimostrare che quella scritta nei giorni scorsi dal consiglio comunale di Rende è stata una pagina vergognosa. È confortante che a Rende, a differenza di quel che accade alla Regione e in altri importanti enti locali, ci sia una opposizione che sta dimostrando di non avere le mani legate e di essere in grado di contrastare il disegno egemonico dei Principe e dei loro seguaci. ( p.n.).
La scandalosa gestione di Sviluppo Italia arriva in parlamento. L’iniziativa è del deputato di Rifondazione Comunista Francesco Caruso, eletto nella circoscrizione calabrese.Il parlamentare denuncia le operazioni clientelari che caratterizzano l’attività di Sviluppo Italia con particolare riferimento al reclutamento del personale composto da figli e parenti di deputati e senatori, amministratori e dirigenti regionali, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine.
......................................................................................................................................
Questa l’interrogazione dell’on. Caruso che riportiamo integralmente.
Al Ministro dello Sviluppo Economico.Interrogazione a risposta scritta
Premesso che: Sviluppo Italia Calabria S.C.p.A. è una società partecipata dalla Regione Calabria, dalla Fincalabra, dalle Camere di Commercio e dalle più rappresentative associazioni di categoria della regione, che opera dal 1992 per lo sviluppo delle PMI calabresi.La società calabrese è un’isola dell’arcipelago di Sviluppo Italia di cui fanno parte 181 società dotato di 492 amministratori, in larga parte legatissimi alla politica. Nelle sole “controllate” siedono 168 consiglieri di amministrazione, 93 sindaci e 78 membri degli organismi di vigilanza per un totale di 339 persone. La società Sviluppo Italia ha riconosciuto retribuzioni particolarmente significative ai manager e ai dipendenti, avvalendosi, altresì, di numerose consulenze esterne; ha avuto partecipazioni rilevanti in società che effettuano investimenti di dubbia utilità ed acquisiscono permessi e finanziamenti con modalità non trasparenti : per fare solo un esempio ha destinato 45 milioni di euro alla creazione di un portale dedicato al turismo ( www.italia.it) , la cui realizzazione, per la struttura e la grafica del sito in oggetto, avrebbe un costo reale di mercato di poche centinaia di migliaia di euro.Alcune inchieste giornalistiche pubblicate nelle ultime settimane dal quotidiano “ La Provincia di Cosenza” e riprese dal Corriere della Sera in data 4 agosto in un articolo a firma di Gian Antonio Stella, evidenziano come la società Sviluppo Italia Calabria sia diventata un “carrozzone” nel quale negli anni sono stati assunti decine di figli, cognati, sorelle, cugini e parenti di politici, sindacalisti, giudici, senza concorso e per chiamata diretta.Si citano ad esempio Nerina PuJia, figlia del potente ex parlamentare della DC Carmelo. Carlo Caligiuri, figlio dell’ex consigliere regionale diessino Enzo. Cecilia Rhodio, figlia dell’ex presidente regionale democristiano Guido. Paola Santelli, sorella dell’ex sottosegretario alla giustizia e oggi deputata azzurra Jole. Marco Aloise, candidato sindaco per AN a Paola nel 2003. Luigi Camo, figlio dell’ex senatore ulivista Geppino, oggi presidente della Sorical. Giovanna Campanaro, nipote dell’ex deputata democristiana e oggi “loierista” Annamaria Nucci ( ora Assessore comunale a Cosenza) e dell’ex assessore regionale Giampaolo Chiappetta.E poi ancora Andrea Costabile, nipote dell’ex assessore regionale e attuale senatore Udc Gino Trematerra. Ed Emilio De Bartolo, assessore comunale diessino di Rende, figlio dell’ex assessore ed ex preside della Facoltà di Economia Giuseppe. E Giada Fedele, moglie del casiniano vicepresidente del Consiglio regionale Roberto Occhiuto. E Sandro Mazzuca, assunto con la moglie Fausta D’Ambrosio per la felicità dello zio acquisito Pino Gentile, consigliere regionale azzurro. E Antonio Mingrone, nipote dell’ex deputato forzista G. Battista Caligiuri. E Giovanna Perfetti figlia dell’ex consigliere regionale buttiglioniano Pasqualino.
Il comma 461 dell’articolo 1 della legge finanziaria per il 2007 ha obbligato la società Sviluppo Italia a predisporre, entro il 31 marzo 2007 un piano di riordino e dismissioni delle proprie partecipazioni societarie che dovrà determinare una riduzione del numero dei membri del cda che passerà a 3 e una dismissione delle partecipazioni non strategiche.Il piano di riordino approvato dal consiglio di amministrazione, la cui adozione era prevista per il 30 marzo 2007 ed invece è stato licenziato solo ai primi di luglio, punta alla creazione 3 newco – una per la finanza, una per le reti e la terza dedicata ai progetti - , un’importante campagna di dismissioni e una riduzione della struttura organizzativa.In particolare ai commi 460 – 463 della legge finanziaria, si specifica che le società regionali si procederà d’intesa con le regioni interessate anche tramite la cessione a titolo gratuito alle stesse regioni o altre amministrazioni pubbliche delle relative partecipazioni - :
CHIEDE Quali provvedimenti il Ministro intenda adottare affinché il passaggio di consegne dal ministero alla regione Calabria della società Sviluppo Italia Calabria non determini un aggravio delle logiche clientelari sulle spalle della suddetta società, data anche la presenza negli organi politici della regione Calabria di numerosi personaggi politici già implicati in inchieste giudiziarie e processi penali a seguito della gestione privatistica e clientelare della cosa pubblica.
Quali provvedimenti il Ministro intenda adottare affinché nel suddetto passaggio venga posta in essere una procedura attenta di verifica dei dirigenti della società Sviluppo Italia Calabria, tale da valorizzare e mantenere in organico i soggetti realmente detentori di requisiti di professionalità e competenza e al tempo stesso allontanare e licenziare i dirigenti il cui unico titolo di merito sia il vincolo di parentela o l’aggancio clientelare con il politico di turno. ( On. Francesco Caruso).
Ultimo aggiornamento ( domenica 23 settembre 2007 )
.......................................................................................................................................
L’UNITA’
Sviluppo Italia: «Stiamo cedendo le nostre partecipate»
Domenico Arcuri«Sviluppo Italia aveva 190 società tra controllate e partecipate e 490 tra consiglieri, sindaci e membri di organi di controllo». La nuova Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa «sta riducendo soltanto a tre le società controllate e a 12 le partecipate» confermando che «è stato avviato il piano di liquidazione della cessione delle partecipate». Lo ha detto l'amministratore delegato dell'agenzia, Domenico Arcuri, intervenendo al convegno "Mezzogiorno 2007-2013 - Partecipazione e responsabilità alla prova del cambiamento" organizzato a Napoli.
Arcuri ha sottolineato che «gli investimenti esteri destinati al Sud sono soltanto lo 0,6 per cento di quelli italiani, già pochi» e che «l'investitore estero deve avere: certezza dei tempi d'investimento, semplificazione delle procedure amministrative, con una conseguente riduzione del suo rapporto con la burocrazia, i territori preparati ad accogliere gli investimenti diretti esteri».
Arcuri ha affermato che «l'agenzia si pone in modo dialogante con le amministrazioni locali sperando che non considerino l'ex Sviluppo Italia come un tram dal quale si sale e si scende ma almeno come un duetto per la convergenza di comuni punti d'arrivo concreti nell'interesse dello sviluppo del Paese».
Pubblicato il: 24.09.07
...............................................................................................................................
….
3-3-01 Sviluppo Italia: affari privati con soldi pubblici
Sviluppo Italia ,nuova "cassa del mezzogiorno" e braccio operativo del ministero del Tesoro, costituirà sei società regionali "per sviluppare l'occupazione al Sud";
per ognuna di esse è stato nominato un amministratore delegato:
per la Campania Pierluigi Crudele, amministratore delegato di Finmatica
per la Sardegna Renato Soru, capo di Tiscali
per la Puglia Alessandro Laterza, padrone dell'omonima casa editrice, della Confindustria di Bari
per la Calabria Carmine Donzelli, editore
per la Sicilia Salvatore Umberto Brucato, amministratore delegato di diverse società siciliane
per il Molise Lucio Sepede, amministratore delegato di I & T (Informatica e telecomunicazioni).
Il consiglio di amministrazione di Sviluppo Italia è composto da:
presidente Umberto Di Capua, presidente di Abb-Italia e vicepresidente dell’Assolombarda
amministratore delegato Carlo Borgomeo, ex-Cisl
Vincenzo De Bustis, amministratore delegato del Monte de Paschi di Siena (Mps)
Giuseppe Vita, (Deutche Bank), presidente della Sharing di Berlino e della Deutsche Bank Italia
Renato Scognamiglio in rappresentanza del ministero del Tesoro, padrone al 100% di Sviluppo Italia
Marco Vitale, presidente dell'Aifi, l'associazione delle merchant bank italiane (l'Associazione italiana delle finanziarie di investimento in capitale di rischio), nominato 10 giorni fa al posto di Dario Cossutta, dimessosi nell'ottobre scorso.
Tutti gli amministratori pubblici nazionali e regionali di Sviluppo Italia di cui sopra manterranno tranquillamente i loro incarichi privati.
Berlusconi evidentemente ha fatto scuola !
Truffa da 200 miliardi
"In alcune aziende non c'era traccia di giovani imprenditori o questi erano stati utilizzati solo per ottenere il via libera agli aiuti"...
La Procura di Roma ha messo sotto accusa 40 aziende per truffa nei confronti dello Stato e della Ue.
E Carlo Borgomeo, amministratore delegato di Sviluppo Italia e - all'epoca - presidente della società per l'Imprenditorialità giovanile (Ig Spa) è indagato per abuso d'ufficio per aver omesso i necessari controlli.
La Finanza ha evidenziato anche numerose violazioni fiscali per "presunte fatture false relative a operazioni inesistenti" (IlSole24ore,22-2-01).
Sviluppo Italia si è difesa come Romiti, e ha sottolineato che dal 1987 le giovani imprese finanziate dalla legge 44 sono state tante (1.089 aziende e 2.804 miliardi erogati).
Le biotecnologie di Sviluppo Italia
Secondo il presidente Umberto di Capua "Sviluppo Italia, l'agenzia governativa per lo sviluppo, punta sulle biotecnologie, favorendo progetti e l'insediamento di imprese sul territorio. ... La nostra maggiore attenzione sarà dedicata al settore della farmaceutica e alle applicazioni nell'area farmaceutica" (IlSole24ore,2-8-00).
Giuseppe Vita, amministratore di Sviluppo Italia, è presidente della Sharing, uno dei principali gruppi farmaceutici del mondo.
La Sharing ha "intenzione di quotare la sua divisione biotecnologica in borsa" (IlSole24ore,21-3-00).
Lo scorso anno una società della Sharing, la Aventis Crop-Science, ha avuto una "disavventura" negli Usa:
"aveva infatti mescolato mais tradizionale con mais geneticamente modificato ..." (IlSole24ore,8-2-01).
Anche i contratti di programma saranno trasferiti dal Tesoro a Sviluppo Italia: nei giorni scorsi il Parlamento ha dato il via libera definitivo.
cobasalfaromeo,3-3-01
Colonie in Israele,Obama: rischio situazione pericolosa
GERUSALEMME (Reuters) - Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama oggi è tornato a parlare degli insediamenti israeliani in territorio palestinese, dicendo che continuarne la costruzione possa provocare una situazione pericolosa con i palestinesi.
"Penso che un'ulteriore costruzione di insediamenti non contribuisca ad aumentare la sicurezza di Israele. Credo che invece renda molto più difficile il raggiungimento della pace con i suoi vicini", ha detto in un'intervista a Fox News il presidente americano,
"Credo che (i nuovi insediamenti) esasperino i palestinesi tanto da rendere la situazione veramente pericolosa", ha ribadito il leader Usa, che ha fatto della questione mediorientale una delle priorità della sua agenda politica, senza però riuscire ad ottenere molto dalle due parti.
Ieri la Casa Bianca si era detta "costernata" per la decisione di procedere all'ampliamento del quartiere di Gilo a Gerusalemme, che prevede la costruzione di 900 nuove unità abitative in un'area della Cisgiordania che Israele considera parte della metropoli.
"La situazione in Medio Oriente è estremamente difficile, l'ho detto più volte e lo ripeterò ancora", ha detto il capo della Casa Bianca. "La sicurezza di Israele è un interesse vitale per gli Stati Uniti e noi faremo in modo di essere certi che gli israeliani siano sicuri", ha poi precisato il presidente Usa.
A Gerusalemme, il governo di Benjamin Netanyahu oggi aveva reagito alle critiche giunte da Washington gettando acqua sul fuoco e spiegando, per bocca di un collaboratore del primo ministro, che la decisione di costruire nuove abitazioni a Gilo rientrava in un piano edilizio di routine. Un certo nervosismo strisciante nell'esecutivo israeliano, però, era stato tradito dalla frase di un viceministro, che ad un sito di informazione locale aveva dichiarato che gli Stati Uniti, criticando la decisione di Tel Aviv, si erano comportati "come un elefante in una cristalleria".
La pubblicazione del piano della commissione governativa per Gilo ieri ha suscitato le critiche di palestinesi, Usa, Europa e Onu.
Nabil Abu Rdaineh, un collaboratore del presidente palestinese Mahmoud Abbas, lo ha bocciato, dicendo che "distrugge le ultime possibilità di un processo di pace".
Abbas ha detto che i negoziati potranno riprendere solo se la costruzione verrà sospesa, richiesta rigettata dagli Usa, d'accordo con Israele sul fatto che i negoziati - fermi da quasi un anno - debbano riprendere senza precondizioni.
-- Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia
© Thomson Reuters 2009
Commissione indipendente suggerì riforme drastiche. Ma al vertice i veri problemi rimangono irrisolti
Sprechi di risorse, assenza di un quadro strategico globale, sovrapposizione di interventi, mancanza di comunicazione e coordinamento tra le sedi, strutture gerarchiche troppo rigide, processi decisionali lenti e costosi.
Due anni fa, nel novembre 2007, una commissione indipendente, l'Iee (Independent external evaluation) guidata dall'economista Leif Christofferson e incaricata dalla stessa Fao di studiare la crisi dell'agenzia Onu, aveva lanciato l'allarme: se la Fao non opererà subito "un cambiamento strutturale radicale e sconvolgente, non si risolleverà dalla crisi che la attanaglia da anni". Nè, si potrebbe aggiungere, risolverà il problema della fame nel mondo. "Sono venti anni che la Fao tenta di riformarsi - spiegava Christoffersen - ma ha finito con il chiudersi in se stessa, emarginandosi dal contesto globale". In un volume di oltre 360 pagine vennero elencate cento raccomandazioni e trecento interventi da cui partire per una riforma. Riforma e crescita, le parole-chiave inascoltate.Tra le priorità immediate, lo snellimento della burocrazia, la nuova definizione di ruoli e livelli, il taglio dei dipendenti, una maggiore sinergia tra le sedi nazionali, regionali e sub-regionali, il decentramento dell'autorità al fine di responsabilizzare i soggetti territoriali locali, maggiore coerenza nei progetti di sviluppo , abbandono di settori d'intervento obsoleti e lotta agli sprechi.
A dire il vero, l'agenzia accolse positivamente il documento, definendolo una "pietra miliare decisiva" nella propria storia. Di più: nel gennaio 2008 venne adottata una risoluzione e un 'immediato piano d'azione per il rinnovamento dell'agenzia'. Lo scorso novembre, il piano venne approvato dalla trentacinquesima sessione della Conferenza della Fao. Nella risoluzione si chiedeva, tra le altre cose, ciò che si chiede oggi agli Stati sovventori: 21,8 milioni di dollari in più per il 2009 per la creazione di un Fondo speciale che risani il bilancio dell'agenzia. Il limite temporale per la riforma è fissato nel 2011.
Il vertice apertosi stamani ha annunciato in abstracto una nuova strategia per combattere la fame, ma non ha previsto impegni, fondi e responsabilità. Dall'allarme lanciato da Christoffersen due anni fa gli affamati sono cresciuti di 200 milioni. Al vertice si parla di riformare l'agenzia ma non si è fatto cenno - anzi, lo si è cancellato - al riferimento temporale del 2025 per l'eradicazione totale della fame nel mondo. Così come è stato ignorato l'appello del direttore generale della Fao, Jacques Diouf, di stanziare 44 miliardi di dollari l'anno per il sostegno all'agricoltura.
Oltre alla Fao, esistono altre agenzie che si occupano di sviluppo, fame, agricoltura e via dicendo. Ovvero degli stessi problemi della Fao: il Fondo internazionale per lo sviluppo dell'agricoltura ingoia 435,7 milioni di dollari l'anno; il World Food Programme 5 miliardi di dollari l'anno; il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite 4 miliardi e 440 milioni.
In effetti, come è stato anche evidenziato al vertice parallelo delle Ong riunite a Roma, il vero problema non sarebbero i soldi. Ma il fatto che le politiche agricole e alimentari e la gestione delle risorse vengano formalmente demandate a organismi come la Banca mondiale, che ha enormi responsabilità nell'aver causato l'attuale crisi alimentare. E che tali soldi vengano spesi per la gestione delle agenzie, anzichè venire investiti direttamente sul campo. Sovranità alimentare, autonomia, gridano a gran voce le organizzazioni di agricoltori e di pescatori dei Paesi africani e asiatici in crisi. Ma finché si spenderà mezzo milione di dollari per organizzare un vertice internazionale come il G8 dell'Aquila, e allo stesso vertice si prometteranno soldi (20 miliardi di dollari) per i poveri e gli affamati che non arriveranno, le loro grida rimarranno inascoltate.
Luca Galassi - PeaceReporter
Nuova fatica editoriale per il più famoso vice presidente della storia degli Stati Uniti. Il simbolo mondiale dell’ambientalismo torna alla carica spiegandoci perchè il mondo deve darsi una ripulita. E, come al solito, si dimentica di dirci come.
Al Gore è la pietra miliare, il termometro dello stato di salute della Green Economy. Il suo libro
LA SINDROME “LISA SMPSON” - Invece per tutto il 2009 la conversione alle energie rinnovabili, gli investimenti nel riciclo dei materiali e in tutte le tecnologie che permettevano di utilizzare meno energia per le stesse attività e produzioni di sempre non erano solo frutto di un’affermata sensibilità ecologista, ma “la” risposta alla crisi economica dell’occidente industrializzato che poteva trasformare la transizione verde in un’enorme ricostruzione del suo sistema produttivo. La credibilità di questa soluzione e la sua accettazione presso le opinioni pubbliche erano notevolmente debitrici di Al Gore e del suo documentario “Una scomoda verità” che gli era valso l’Oscar e il Nobel. Ma l’ex vicepresidente americano è l’idolo dell’iperidealista Lisa Simpson. Esattamente come avrebbe fatto lei, quando il mondo ha smesso di considerarlo un illuso e accorgersi della bontà dei suoi argomenti, ha alzato ulteriormente l’asticella delle aspirazioni anziché sfruttare l’occasione per imporre la propria agenda. Se molti ambientalisti criticarono le dichiarazioni dei grandi di luglio, le prime in cui anche Cina e India accettavano di avere un ruolo in questa battaglia, perché prive di “obiettivi intermedi”, ora bisogna ammettere che neanche nel campo degli illuminati verdi le idee sono così chiare.
LA NOSTRA SCELTA: UN MONDO PERFETTO - La nuova fatica di Gore si presenta così: “Una scomoda verità identificò il problema e ora la Nostra scelta offre la soluzione”. Il libro è bellissimo dal punto di vista estetico: 400 pagine con foto da tutto il mondo e una trattazione a 360 gradi puntigliosa e molto ben documentata. Le parole dell’autore e della sua squadra sono il frutto di circa 30 “solutions summit” con i più grandi esperti di vari settori (la lista alla fine del libro è impressionante sia per quantità che per qualità). La delusione è totale al momento della lettura: ottima la spiegazione delle cause e del funzionamento del riscaldamento globale; totalmente deficitaria la parte in cui si spiega come combatterlo. Soprattutto manca una chiara definizione delle priorità: quali sono le soluzioni immediate (più facili o più urgenti) e quelle da rimandare perché più a lungo termine. I
l mondo degli ambientalisti non sembra capire dove ha già vinto (le energie rinnovabili ormai sono sostenute da tutti i governi) e dove non può vincere ora (la frugalità come stile di vita, il blocco dell’agricoltura meccanizzata). Il picco dell’idealismo lo si raggiunge quando si parla della crescita della popolazione: più siamo e più emettiamo (letteralmente), come porvi rimedio? Non si toccano argomenti delicati come contraccezione di massa o pianificazione familiare fatta dai governi. Basta far studiare di più le donne, dar loro degli sbocchi lavorativi fuori di casa, garantire a tutte il diritto di decidere quanti figli fare e quando. Infine un sistema sanitario decente dovrebbe garantire una prospettiva di vita sufficiente da far sì che i genitori scelgano di fare pochi figli. Facile, basta distruggere pratiche culturali e religiose discriminatorie vecchie di millenni, mariti analfabeti e maneschi, sistemi educativi inesistenti, pandemie e mancanza di igiene. Leggendo Gore non sembra tanto più difficile che piantare qualche turbina eolica.
AMICI E NEMICI - Quel mondo dovrebbe svolgere un ruolo unico di cinghia di trasmissione tra la crescente lo
bby della green economy, (di cui lui è un esponente a tutti gli effetti) con il mondo politico, specie a livello internazionale. I summit e le centinaia di persone coinvolte dimostrano come lui sia il testimonial, il marchio, su cui un’intera comunità fa riferimento. La stessa comunità che poi crea i contenuti dei rapporti delle nazioni unite e delle informative dei governi, se viene meno quella spinta unitaria i capi di stato si affideranno a chi ha già soluzioni pronte e praticabili. I professori universitari, i produttori di energie rinnovabili, i riciclatori di rifiuti e i venditori di lampadine a basso consumo non possono pensare di vincere senza alleati e senza scendere a compromessi In Europa, ad esempio, dove le energie da sole, vento e geotermia sono un pezzo importante del mix produttivo il partito “verde” deve decidere quale fonte utilizzare al loro fianco. In Inghilterra, Francia e Germania (per tacere dell’Italia) si vuole fare affidamento sull’energia nucleare. Gore ammette che l’atomo, visto il basso livello di Co2 che produce, è un “un grande elefante bianco radioattivo nel mezzo della stanza” sottolineando come spesso gli ambientalisti preferiscano ignorare l’argomento. Peccato che “Our Choice” rispecchi la stessa inconcludenza: ne elenca gli svantaggi (pericolosità, scorie, costo troppo elevato degli impianti e incertezza sulle nuove tecnologie, eccesso di aiuto pubblico) e lascia intendere che siano superiori ai vantaggi, ma non pronuncia una scomunica definitiva. Anche perché a quel punto dovrebbe sciogliere alcuni nodi: gli impianti esistenti devono essere spenti subito o tenuti in vita? E per quanto? Le energie rinnovabili quando saranno in grado di sopperire all’energia prodotta dall’atomo? Le centrali sono un male minore o
maggiore rispetto alle fonti fossili? Il mondo della green economy è tendenzialmente contrario, ma non in maniera risolutiva. Stessa impasse si può notare su argomenti simili: è giusto sussidiare i carburanti ottenuti dalle colture (biodiesel e simili): distruggono foreste e suoli o ci emancipano dalle fonti fossili? Il gas naturale è più accettabile del petrolio? Bisogna dialogare con le compagnie petrolifere per sostenere il metano e penalizzare il petrolio o vanno considerate sempre e comunque il nemico?
DIASPORA - Così come “una scomoda verità” definì cosa era kosher per definirsi dei soldati alla lotta contro il riscaldamento globale, “Our Choice” rischia di essere l’avvio della diaspora degli alfieri verdi in mille rivoli con poca forza politica. L’onda di popolarità che la “green economy” ha avuto per tutto il 2009 ora subirà una potente risacca. Il vertice di Copenaghen, ammesso che si trovi un’intesa, non produrrà decisioni legalmente vincolanti, ma solo politicamente, come hanno spiegato Obama e Hu Jintao martedì scorso, due giorni dopo aver fatto chiaramente intendere che non si andrà oltre qualche dichiarazione di principio. L’assenza della prospettiva di un compromesso farà esplodere i distinguo, le divisioni anche tra chi la pensa più o meno allo stesso modo. Negli Usa il “Climate bill” rischia di crollare sotto una pioggia di emendamenti, alcuni anche su punti che sembravano ormai assodati. Perché sostenere l’energia solare se poi ho la sicurezza che i pannelli solari li costruiscono in Cina? Questo è il tenore delle obiezioni di senatori e congressisti Usa. L’Europa in particolare, al momento la punta più avanzata di questo impegno, si troverà isolata e a sua volta subirà quel processo di erosione interna che ha già colpito il patto di Stabilità e il trattato di Lisbona. La strada verso il baratro sembra segnata: crisi di crescita o fine di un’illusione? Aspettiamo il prossimo libro di Al Gore per scoprirlo. Luca Conforti
http://www.giornalettismo.com/archives/42199/al-gore-apre-la-crisi-della-green-economy/2/
Our Choic
e è uscito negli Usa il 3 novembre, appena prima che l’incontro tra Barack Obama e Hu Jintao affossasse il vertice Copenaghen. Nel rapido crollo del valore di questo vertice sul clima c’è la metafora della prima vera crisi che sta attraversando “l’economia verde”. A Luglio, durante il G8 dell’Aquila, sembrava chiaro che la capitale danese dovesse subentrare a Kyoto aggiornando il famoso protocollo firmato 12 anni fa. Da gennaio 2010 (o meglio dal 2012 data di scadenza del protocollo) avremmo detto “Copenaghen” per riassumere i nuovi standard per la lotta al riscaldamento globale. Non sarà così e in Danimarca si faranno solo chiacchiere: senza l’impegno dei due più grandi emettitori di anidride carbonica nel globo, Usa e Cina, ogni tentativo diventa velleitario, anzi dà spazio di manovra ai “Kyotoscettici” sia tra i paesi (Russia, India e, nella Ue, proprio l’Italia), sia all’interno di essi. Attenzione a liquidare come un incidente di percorso il cambio di rotta (soprattutto di Obama) degli stessi governanti che all’Aquila s’impegnarono in maniera molto netta e specifica. In estate nella caserma della Finanza, i Grandi non solo accettavano l’assunto che il riscaldamento del pianeta è in corso ed è colpa delle attività umane, ma definivano l’aumento massimo (2° c) accettabile e dunque il livello di emissione annua globale a cui l’umanità doveva tendere per tenere sotto controllo il global warming. In queste dichiarazioni, così come nella direttiva 20-20-20 dell’Unione Europea, la politica addirittura sorpassava la comunità scientifica, pressoché unanime nel definire il collegamento tra gas serra e aumento della temperatura media, concorde nell’individuare il peso preponderante dell’uomo in questo fenomeno, ma tutt’altro che sicura sui livelli numerici (parti per milione di gas serra nell’atmosfera) entro i quali il riscaldamento può essere messo sotto controllo o persino invertirlo. Non a caso il protocollo di Kyoto definiva un anno base (il 1990) e imponeva di tornare a quei livelli o di praticare una riduzione rispetto a quella soglia, ma ammettendo l’impossibilità di sapere se sarebbe stato sufficiente o persino utile a bloccare lo scioglimento dei ghiacci
e altre amenità simili.http://www.giornalettismo.com/
La maggioranza appare divisa su tutto, eppure marcia come un “sol uomo” quando ci tratta di difendere interessi “opachi” o “particolari”. Ecco l’ultimo clamoroso esempio: La vendita dei beni requisiti ai mafiosi.
Sono divisi su tutto. Si minacciano tra loro a colpi d’elezioni anticipate e voti di fiducia in parlamento eppure, quandoc’è da tutelare interessi, diciamo così, quantomeno “opachi” marciano come un “sol uomo”. Così è stato per lo “scudo fiscale” a tutela degli evasori fiscali e cosi, tutto lascia prevedere, sarà pure per quei beni sequestrati ai mafiosi che così non saranno destinati alla collettività. La notizia, almeno nei principali telegiornali, tanto per cambiare, è passata quasi inosservata. Infatti, non è una di quelle informazioni che puoi edulcorare o magari mistificare con facilità come, per esempio, i dati sul nostro Pil oppure, peggio ancora, come nel caso di quei sedicenti tagli “natalizi”di tasse che, in realtà, come da noi dimostrato, sono fasulli . No, questa volta la notizia è semplicemente imbarazzante, perciò va, nel più breve tempo possibile, occultata. Così si è scoperto che quasi di nascosto nella Finanziaria 2010, votata al Senato la scorsa settimana, la solita “manina” ignota del governo ha piazzato il seguente emendamento che prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Siccome le procedure da osservare sono piuttosto complesse, mentre le carenza di risorse finanziarie da parte dello Stato sono a tutti note, è assai probabile, se non certo, che per la ristrutturazione di tali immobili non si riesca a rispettare i termini imposti. Dunque, la norma inserita nella Finanziaria, di fatto, nega ogni possibile uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, con tutta evidenza, rischia di restituirli alle stesse organizzazioni criminali, che le posso riacquistare “chiavi in mano”, mediate la “solita” copertura di opportuni prestanome, direttamente da quello stesso Stato che li aveva requisiti.
OLTRE AL DANNO ANCHE LA BEFFA - Durissimo è stato il commento a caldo di don Luigi Ciotti, il Presidente dell’Associazione Libera. “L’emendamento votato al Senato – scrive Ciotti – che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.
Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l’obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal “Fondo unico giustizia” alimentato con i soldi “liquidi” sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia. Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan. Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore “regalo” alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera”. Le forze politiche richiamate nell’appello di Ciotti, per ora, si sono fatte sentire molto flebilmente. Per quanto riguarda l’opposizione, per bocca dell’ex segretario del Pd, Walter Veltroni “bisogna evitare lo scandalo che a riacquistare i beni confiscati saranno i clan attraverso prestanome e società finanziarie”, mentre dalla maggioranza è il solo Mpa a chiedere che “alla Camera si possa fermare l’iter che modifica la norma. I beni confiscati alla mafia debbono essere utilizzati per fini sociali”. Da Pdl e Lega, invece, solo un assordate quando imbarazzante silenzio. Anche l’Associazione dei comuni italiani, Anci, ha fatto sapere che“L’emendamento alla Finanziaria approvato in Senato, rappresenta un colpo durissimo inferto alle attività di opposizione sociale e culturale alla criminalità organizzata”.
CHE PREVEDE LA NORMA ATTUALE? - La legge attualmente in vigore prevede che i beni dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale. Questo si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati agli Enti locali o ad associazioni di volontariato, cooperative, ecc. per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altre finalità sociali. In altri casi, per esempio, quando sono stati interessati da sequestro terreni agricoli, questi sono stati destinati a cooperative sociali, spesso gestite da giovani, che hanno così avuto modo di avviare un’attività lavorativa, producendo prodotti in zone dove le piaghe endemiche della disoccupazione e della presenza criminale rappresentano, invece, un fattore di blocco ad ogni possibile sviluppo. Questi beni contribuiscono così a generare reddito e il ricavato viene poi versato nel Fondo unico per la giustizia.
LA MODIFICA DEL GOVERNO INVECE - L’emendamento approvato dal Senato, come detto, prevede invece che
possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione, entro i termini previsti dalla legge (90 giorni, che possono diventare eccezionalmente 180, solo in casi particolarmente complessi). E’ del tutto evidente che, dato le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione in un lasso di tempo così breve, la norma abolisce di fatto l’uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, con ogni probabilità, si rischia di favorire proprio quelle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi d’intermediari e prestanome, come del resto già risulta alle procure di quei territori più esposti all’influenza dei clan malavitosi. In sostanza, con questo emendamento teso, nelle migliori intenzioni, solo a “fare cassa” (guarda caso la stessa giustificazione data allo scudo fiscale), viene tradito l’impegno assunto con quel milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività. Un atto semplicemente vergognoso. Ma in questo paese la soglia della vergogna, come sappiamo, si è paurosamente alzata.http://www.giornalettismo.com/
Il governo pone la fiducia sulla privatizzazione dell'acqua
"Un giorno ci faranno pagare anche l'aria che respiriamo". Il vecchio adagio del mugugno popolare presto si potrà applicare a un bene pubblico e prezioso come l'acqua. Che sarà privatizzata - cosa privata - entro il prossimo mercoledì. Non serviranno a nulla le proteste dell'opposizione riformista e cattolica, nè l'invito a riflettere rivolto al PdL da parte degli alleati della Lega. Sul decreto Ronchi è stata posta, per la ventottesima volta, la questione di fiducia. Si blinda la decisione del governo filoimprenditoriale di togliere l'acqua al popolo, e lo si fa bruciando, di fatto, tutte le regole della democrazia parlamentare.
A far pensare che l'operazione legislativa sia l'ennesimo sfoggio dei muscoli da parte della maggioranza è proprio la questione di fiducia. Il colonnello del premier al quale è stato affidato l'arduo compito di comunicare la decisione ai parlamentari è stato Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, che ha giustificato il dictat di Berlusconi con un laconico "scelta per velocizzare i tempi".
Dopo l'approvazione in Senato, avvenuta il 4 novembre scorso, il tempo per una corretta, e doverosa, discussione a palazzo Montecitorio ci sarebbero stati tutti - il provvedimento scade fra una settimana. Solo che il "B-Style" impone di imporre le decisioni di quelli che di voti elettorali ne hanno ottenuti di più. Ed ecco così che o si consegna l'acqua alle multinazionali o si va tutti a casa che, come noto, non è proprio un costume tipicamente italiano. Quindi il quadro che si prospetta è evidente.
Articolo 15. É il fulcro della protesta. In base alla sua applicazione la maggior parte dei servizi ora di competenza degli enti locali verranno liberalizzati (privatizzati). Escluse le gestioni del gas, del trasporto ferroviario regionale e delle farmacie comunali, tutto ciò che prima era di competenza delle giunte locali verrà fagocitato da aziende private. Queste beneficeranno della norma che vieterà allo Stato e agli enti territoriali di mantenere quote di capitale superiori al 30 percento sui servizi. Il resto sarà nelle mani delle Spa che, dopo il 31 dicembre del 2010, non potranno più essere assegnatarie dirette dei servizi ma dovranno obbligatoriamente concorrere a gare d'appalto per la gestione degli stessi. E anche sulle gare d'appalto le usanze italiche sono, purtroppo, ben note.
PeaceReporter ha raggiunto Emilio Molinari, presidente del Contratto mondiale sull'acqua.
Come giudica questa mossa politica del governo?
La fiducia è l'ultimo capitolo di un misfatto che va avanti dal 2003. La privatizzazione in Italia ha una specificità di obbligatorietà che non è stata richiesta dall'Unione Europea. Oltre che un atto di privatizzazione è dunque un atto autoritario e anticostituzionale che sottrae poteri ai Comuni e alle Regioni. Gli enti territoriali stanno diventando forti grazie ai comitati e dal Friuli al Veneto, passando per la stessa città di Milano il Pd ha fatto capire che l'acqua non si tocca. Anche in Parlamento ci sono state forti ripercussioni se si considera, ad esempio, che la Lega ha dovuto subire la fiducia. La partita non è comunque chiusa. Se il decreto dovesse passare inviteremo le Regioni a fare ricorso alla Corte Costituzionale o, in ultima istanza, proporremo un referendum.
Cosa cambierà per i consumatori?
I termini di cambiamento ci sono suggeriti dalle realtà di tutte le privatizzazioni: peggioramento del servizio, aumento delle tariffe e licenziamenti. Guardiamo l'esempio Telecom, le varie Centrali del Latte e quello dell'Alitalia. In tutti i comuni italiani dov'è stata già privatizzata l'acqua è avvenuto il peggio. Roma rappresentava il fiore all'occhiello nel campo della fornitura idrica, con tariffe basse e un servizio eccezionale. Dopo la privatizzazione i rappresentanti delle aziende private con quote di partecipazione minoritarie nelle società di servizi hanno iniziato a monopolizzare i consigli d'amministrazione e a fare la voce grossa e le tariffe continuano a salire vertiginosamente. A Bologna dove il servizio idrico era di prim'ordine la privatizzazione ha portato ad un deterioramento delle reti con perdite di resa del 30-35 percento. Senza considerare il raddoppio delle tariffe e la chiusura degli uffici di controllo in citta strategiche nei quali sono stati licenziati decine di dipendenti e esperti molto preparati.
Le piccole e medie imprese risusciranno a superare la sfida con le multinazionali?
Assolutamente no. Se si guarda alle quattro big nazionali Acea, A2A, Hera e Iride si potrà notare che tutte hanno già dentro diversi uomini nei Cda delle varie aziende che attualmente riforniscono d'acqua i comuni italiani. Senza contare che la Suez Lyonnaise des Eaux, colosso francese, è già pronta ad acquistare l'acqua dai comuni italiani, che saranno obbligati a vendere e a riacqustare a prezzo triplicato. È una svendita dell'acqua italiana ai privati e alle aziende straniere.
Se il decreto dovesse passare, come ormai sembra certo, l'Italia si troverà di fronte ad una crisi idrica?
Non c'è legame diretto tra le due cose. Tuttavia se l'attuale diminuzione delle risorse idriche al sud dovesse continuare e se non si dovessero interrompere i prelievi di montagna l'acqua inizierà a scarseggiare. In quel caso sarà difficile l'approvvigionamento di questo bene comune. Se il parlamento dovesse approvare il provvedimento ci troveremmo di fronte ad una situazione per cui un bene di tutti, l'acqua, diventerà un privilegio riservato ai pochi che avranno le risorse finanziare per accedervi.
Antonio Marafioti PeaceReporter
L’AFRICA HA FAME (Sì, DI SHOPPING) – MENTRE LE LORO POPOLAZIONI MUOIONO DI STENTI, I LEADER AFRICANI MAGNANO A CREPAPANZA (SARà PER VINCERE LA NOIA DELL'INUTILE VERTICE FAO?) - FINITI GLI “IMPEGNI” ISTITUZIONALI, TUTTI A VIA CONDOTTI A RIFARSI IL GUARDAROBA – UN COMMESSO: “GHEDDAFI? DEVE TORNARE LA PROSSIMA SETTIMANA”…
Brunella Bolloli per "Libero"
Il premier turco Erdogan ha fatto il pieno al mega-store Disney di via del Corso: tanti regali per figli, nipoti e amici degli amici, del resto tra poco è Natale. Gheddafi, dopo la doppia soirée coranica con le belle fanciulle nostrane, è ufficialmente partito, ma a Roma tornerà molto presto, forse già la prossima settimana. Perché? Deve rifarsi il guardaroba, è la voce del titolare di un noto showroom del centro da cui il colonnello libico ama vestirsi.
le delegazioni della Fao fanno shopping copyright by Libero
Tessuti, scarpe, completi, giacche in pelle, valigette, foulard e cravatte: al mattino c'è il vertice Fao, ma al pomeriggio via libera allo shopping nel cuore della Capitale.
E poi dicono che i negozi sono vuoti e la gente non compra. Ieri abbiamo fatto un giro anche noi. Impossibile non imbattersi in delegazioni di capi di Stato e di governo stranieri, impegnati a discutere sul modo di combattere la povertà e la fame nel mondo.
Via Condotti, ore 16.40: la delegazione indiana, scortata dai carabinieri, ha parcheggiato davanti a Bulgari. Da un'auto nera scende un ministro con due guardie del corpo, ma anziché entrare in gioielleria, punta per il negozio di biancheria e oggetti per la casa (con annunci di sconti in vetrina). Perlustrazione all'interno, qualche chiacchiera con l'interprete, domande alla commessa e via, meglio proseguire oltre.
Hotel di lusso per i leader del terzo mondo copyright by Libero
Poco più avanti, in effetti, c'è una boutique di scarpe dove i comuni mortali possono solo affacciarsi alla vetrina e tirare dritto. Ma non i delegati Fao, che sono giunti apposta da Paesi lontani per comprare le bellezze della moda made in Italy. «Sì, in questi giorni sono venuti numerosi, soprattutto dall'Africa e hanno acquistato calzature rifinite e borse in pelle», conferma il commesso in divisa. Che però non si sbilancia sulle cifre perché «c'è la privacy». Per la cronaca: un paio di mocassini da uomo 1.075 euro.
Dalla Fao a Bulgari in mercedes copyright by Libero
GRANDI GRIFFE SACCHEGGIATE
Stesso discorso per Versace, Fendi, Gucci e Ferragamo. Le grandi griffe tra via Frattina, via Belsiana, via del Babuino e piazza di Spagna sono state tutte "saccheggiate" dai vari diplomatici accorsi al vertice all'Aventino, ma chiedere quanto hanno speso o cosa hanno comprato resta un tabù.
Si sa che Leila Zine, moglie del presidente tunisino El Abidine Ben Ali, per ingannare l'attesa del marito bloccato a discutere di emergenze alimentari e carestie, carta di credito alla mano, si è data agli acquisti, lei sì, nientemeno che da Bulgari e si è pure arrabbiata perché c'era troppa attenzione intorno a lei che voleva solo spendere in santa pace.
Borse di lusso per le signore della Fao copyright by Libero
Meno clamore per le quattro auto blu con lampeggiante e bandierine del Kuwait ferme sotto la scalinata di Trinità dei Monti, a due passi da Furla e dalla storica sala da the Babington. Altre berline della Guinea Bissau fuori dalla maison Valentino e dagli hotel a cinque stelle. Andiamo oltre e di auto presidenziali parcheggiate in piena zona pedonale ce ne sono almeno dodici: si vede che lo shopping, a un certo punto, è diventato un impegno istituzionale collettivo.
Fame nel mondo e Dolce Vita. Alla faccia dell'ipocrisia, il presidente della Repubblica di Albania, Bamir Topi, lunedì sera ha riunito un po' di amici alla "Taverna Flavia", dietro a via Veneto. «Tavolata imperiale», l'ha definita Mimmo, il titolare, che va tutto fiero della sala dedicata a Elizabeth Taylor, scelta anche da Topi per il mega brindisi in onore dell'ingresso dell'Albania nell'Unio - ne europea (almeno questo è il suo auspicio).
MENÙ LUCULLIANO
E dunque cena rigorosamente italiana, con carciofo alla giudia e alla romana, antipasto di alici marinate e affettati misti, un primo di linguine ai funghi porcini e un altro di cacio e pepe, cannolicchi, coda di rospo con puntarelle, millefoglie "speciale" per dessert, caffè e ammazzacaffé. Brindisi e canti con il paroliere di Julio Iglesias che, a grande richiesta, sarà in concerto a Tirana. Insomma, una grande magnata in allegria, che tanto a fare lo sciopero della fame c'è sempre tempo. Prima è meglio comprarsi qualcosa di nuovo, come ha fatto il capo della delegazione Onu da Brioni, celebre atelier di via Barberini. La cifra che avrebbe speso è stratosferica: 60mila euro. I poveri sono altrove.
«Report»: Banca Arner
e quei conti del premier
Il caso dell’istituto in cui Bankitalia ha riscontrato «gravi irregolarità» sull’antiriciclaggio 
ROMA — Nella sede milanese della svizzera Banca Arner la famiglia Berlusconi ha quattro conti correnti per un totale di 60 milioni di euro, di cui uno intestato direttamente al presidente del Consiglio per dieci milioni e altri tre per 50 milioni a capo delle holding italiane Seconda, Ottava e Quinta, amministrate dai figli Marina e Piersilvio. Lo rivela la trasmissione Report di Milena Gabanelli andata in onda ieri sera su Rai Tre. Tra i clienti della banca ci sarebbero anche Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, e Stefano Previti figlio di Cesare. La notizia arriva verso la fine della puntata dedicata in gran parte al fenomeno dell’esportazione illegale dei capitali e alla nuova versione dello scudo fiscale che — secondo la testimonianza del consulente delle Procure Giangaetano Bellavia — «con le modifiche del 3 ottobre è allargato alle dichiarazioni fraudolente, alle fatture false e alla distruzione delle scritture contabili». L’inviato di Report Paolo Mondani ricostruisce la storia della Banca Arner, fondata nel 1994 da Paolo Del Bue, Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli. Nel 2003 viene aperta la sede Milanese e negli anni successivi scattano una serie di disavventure giudiziarie. Il 7 maggio del 2008 Bravetti viene messo per due settimane agli arresti domiciliari dalla Procura di Palermo con l’accusa di intestazione fittizia di beni avendo aperto un conto di 13 milioni di euro a favore di Teresa Macaluso nascondendo il vero proprietario e cioè il marito e costruttore siciliano Francesco Zummo, collegato al clan Ciancimino, indagato per mafia ma assolto in appello. I beni di Zummo — valutati tra i 500 milioni e il miliardo di euro — sono stati messi sotto sequestro. Secondo Report Del Bue è legato all’avvocato David Mills che, per la sentenza di primo grado confermata in appello, si sarebbe fatto pagare da Berlusconi anche per nascondere fondi neri che facevano capo alle società Century One e Universal One. A gestire i conti esteri delle due società era il cittadino svizzero Del Bue il quale, nonostante sia stato imputato di riciclaggio nel processo sui diritti Tv, si è sempre rifiutato di rispondere ai magistrati. Sempre secondo la ricostruzione di Report a mettere in contatto Bravetti con Zummo sarebbe stato l’avvocato Paolo Sciumè. Il noto professionista, racconta Mondani con voce fuori campo, è nei consigli di amministrazione di molte società tra cui Parmalat dove è finito sotto processo per bancarotta ma assolto in primo grado. Nel 1996 entra nel cda di Mediolanum e nel 2003 in quello di Banca Mediolanum. La Banca Arner, il 17 aprile del 2008, viene messa sotto torchio dagli ispettori della vigilanza della Banca d’Italia che riscontrano «gravi irregolarità a causa delle carenze delle violazioni in materia di contrasto del riciclaggio». Bankitalia commissaria la Arner con Alessandro Marcheselli che un anno dopo viene sostituito con altri due commissari perché indagato pure lui per favoreggiamento al riciclaggio. La trasmissione, dal titolo «La banca dei numeri uno», inizia con l’arresto all’aeroporto di Malpensa dell’avvocato Fabrizio Pessina, il 18 marzo scorso: nel suo computer la guardia di Finanza trova 552 nomi con a fianco il numero di telefono e le società offshore di riferimento. Da lì comincia il viaggio tra le tecniche vecchie (gli spalloni) e nuove (incroci di società off-shore) usate per dribblare il fisco. Milena Gabanelli, alla fine, si chiede «se non sarebbe opportuno, per il premier, prendere i suoi 60 milioni di euro, spostarli da lì (la Banca Arner) e depositarli in un’altra banca italiana un po’ più trasparente».
Roberto Bagnoli
SOLIDARIETà DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE STAMPA A DAGO, CONDANNATO A RISARCIRE 30 MILA EURO A COSSUTTA PER NOTIZIE PUBBLICATE IN UN LIBRO MAI QUERELATO - LETTERA DI FASANELLA, AUTORE DEL LIBRO: "IL VERGOGNOSO SILENZIO (CON L’UNICA ECCEZIONE DEL "GIORNALE") DELLA "STAMPA LIBERA" O DELLA "CULTURA DEMOCRATICA" INTORNO AL TUO CASO. E DA MESI NON FACCIAMO ALTRO CHE POLEMIZZARE E MANIFESTARE CONTRO BERLUSCONI CHE HA QUERELATO REPUBBLICA PER LE “DIECI DOMANDE”
1 - D'AGOSTINO CONDANNATO A RISARCIRE COSSUTTA PER NOTIZIE PUBBLICATE IN UN LIBRO E CITANDO LA FONTE
LA FNSI: "SPIACE CHE AD ESSERE COLPITO SIA L'ULTIMO ANELLO DELLA CATENA, IL GIORNALISTA"
Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana -www.fnsi.it
cossutta
Franco Siddi
"Spiace davvero che ancora in Italia si emettano sentenze di risarcimento a carico di giornalisti che riportano notizie od opinioni con indicazione della fonte. La condanna per diffamazione del giornalista Roberto D'Agostino a risarcire l'onorevole Armando Cossutta con 30mila euro, per notizie riprese da un libro (a quanto risulta non querelato), ripropone la questione del delicato equilibrio tra informazione e reati di opinione.
E' singolare che venga sempre querelato l'ultimo anello della catena e che, su questa base, alla luce dell'ordinamento vigente (che presenta più di un elemento di contrasto con la giurisprudenza costante della Corte di Giustizia sui Diritti dell'Uomo), la magistratura spesso - stavolta è capitato a D'Agostino - emetta sentenza di condanna a carico del giornalista.
Il rispetto per la magistratura e le sue sentenze, istituzionalmente, non viene meno, tuttavia è auspicabile che in questa, come in altre vicende simili, i successivi gradi del giudizio diradino ombre, incertezze e conflitti di diritto."
zfas10 alberto franceschini giov fasanella
2 - VERGOGNA!
Lettera di Giovanni Fasanella a Dagospia
Caro Roberto,
la solidarietà che ti ha espresso la Federazione della stampa per la "sentenza bulgara" che ti costringe a pagare un risarcimento di 30 mila euro ad Armando Cossutta colma in parte, ma solo in minima parte, una lacuna: il silenzio (con l'unica eccezione del Giornale di Feltri) della stampa italiana intorno al tuo caso. Da mesi non facciamo altro che discutere, polemizzare e manifestare contro il presidente del Consiglio, il quale ha querelato Repubblica a causa delle ormai famosissime "dieci domande".
cossutta kgb
Decisione infelice, quella di Berlusconi, probabilmente mal consigliato dal suo avvocato: in un Paese libero, porre domande è un diritto-dovere della stampa. Il mondo di sinistra si è subito mobilitato a sostegno del quotidiano "vittima di un'intimidazione": io stesso sono tra i 400 mila italiani che hanno firmato l'appello lanciato da un gruppo di intellettuali. Bene. Anzi, no: malissimo. Perché mi sarei aspettato non dico una mobilitazione generale del Paese o titoloni in prima pagina o parole di solidarietà nei tuoi confronti, ma almeno la notizia della tua condanna, quella sì.
Irene Gherco,Roberto DAgostino,Banbi Parodi.
Tu hai fatto solo il tuo mestiere, come i colleghi di Repubblica del resto, ponendo due semplici domande ad Armando Cossutta: perché l'avversario storico di Enrico Berlinguer andò in Bulgaria nell'estate del 1973, alla vigilia di un sospetto attentato a Sofia contro l'allora segretario del Pci? E perché, Berlinguer, rientrato dalla Bulgaria, convocò un congresso e destituì Cossutta, allora responsabile dell'organizzazione, quindi numero due del partito?
Nessuno pensa, né il sottoscritto né Roberto D'Agostino, che Cossutta fosse il "basista" dell'attentato a Berlinguer. Per carità! Ma le tue domande erano del tutto legittime e persino doverose, alla luce dei fatti ricostruiti nel libro "Sofia 1973, Berlinguer deve morire", da te ripreso. A cominciare dal fin troppo amichevole scambio epistolare tra Cossutta e i
compagni bulgari, mentre le relazioni tra Berlinguer e Sofia erano a dir poco
gelide.
Sofia 1973, Berlinguer deve morire
Domande rese ancora più stringenti alla luce di alcune dichiarazioni rese molti anni dopo la sua visita in Bulgaria dallo stesso Cossutta a Francesco Merlo, in una memorabile intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 25 ottobre 1991 e ripresa nel libro. Il dirigente più filosovietico del vecchio Pci disse a Merlo di aver registrato su quattro videocassette di un'ora ciascuna tutto quello che sapeva «sui rapporti tra Pci e Urss e sulla politica italiana», e di averle date in custodia a un notaio.
NAPOLITANO E BERLINGUER
A Mosca, spiegò, «c'è un vero commercio di fogli, documenti, pezzi d'archivio, veri, falsi, un po' veri e un po' falsi, una guerra per bande con i suoi morti e feriti». Perciò aveva
deciso di cautelarsi: "Ho registrato tutto perché non si sa mai, e sto attento quando attraverso la strada».
Un milione di domande andrebbero poste a Cossutta. Tu gliene hai poste solo due, e per questo sei stato citato in giudizio e condannato, senza che ti sia stata concessa la possibilità di esibire testimonianze in tua difesa. E nessuna voce della "stampa libera" o
della "cultura democratica" si è levata a tuo favore. Vergogna!
[15-11-2009]
craxi arafat berlinguer
1983 walter veltroni enrico berlinguer
berlinguer moro