mercoledì, 28 febbraio 2007

homage_to_boucher

postato da: vogliopartire alle ore 20:27 | Permalink | commenti
categoria:arte
mercoledì, 28 febbraio 2007

162 COMPRESI I SENATORI A VITA...

CONTRO 157

IL PENSIONATO HA SALVATO IL GOVERNO...

postato da: vogliopartire alle ore 20:06 | Permalink | commenti
categoria:linda
mercoledì, 28 febbraio 2007

MA PERCHE' SI PARLA DI AIUTI ALLE FAMIGLIE NUMEROSE?  PRODI NE PARLO' NEL 1998, DICENDO CHE LUI AVEVA PENSATO SOLO ALLE FAMIGLIE CON PIU' DI  DUE FIGLI ...QUINDI AVEVA SCONTENTATO BERTINOTTI E CASCO' IL GOVERNO...

MA DOVE STANNO LE FAMIGLIE NUMEROSE? SIAMO UN POPOLO DI VECCHI..I NOSTRI FIGLI NON FANNO PIU' DI UN BIMBO...E LO FANNO DOPO I 30 ANNI...MA DI COSA PARLANO? MA DOVE VIVONO?

postato da: vogliopartire alle ore 19:58 | Permalink | commenti
categoria:linda
mercoledì, 28 febbraio 2007

PROTESTERAI CON DOLORE. Il paradosso dell'arma innocua che può cambiare la democrazia

di Mario Sanna, Angelo Saso, Maurizio Torealta

Voli Cia: La condanna dell'Europa

L’inchiesta analizza i rischi connessi con l’arma non letale “Active Denial System” detta anche “Il raggio del dolore”, un raggio di microonde che lancia un impulso di pochi nanosecondi alla distanza di circa mille metri, il raggio eccita i recettori del dolore del corpo umano provocando una insostenibile sensazione di bruciore senza apparentemente lasciare traccia. Questo sistema d’arma non letale è stato presentato dal Dipartimento Interforze per le armi non letali del Pentagono lo scorso 24 Gennaio. I ricercatori inglesi intervistati da Rainews24 lanciano l’ allarme: questa arma potrebbe modificare la libertà d’espressione del dissenso. L’ invisibilità e l’assenza di conseguenze visibile sulle persone colpite , renderebbe impossibile qualsiasi responsabilità legale nel caso di uso improprio.

I ricercatori intervistati dubitano anche della pretesa non letalità del “Raggio del dolore”, mancando dati degli effetti biologici nel medio e lungo periodo e delle conseguenze sul sistema nervoso centrale, sugli occhi e su altre aree del corpo .

Gli intervistati fanno spesso riferimento ad un'altra arma non letale :il “Taser”, un apparecchio acquistabile anche via internet che può essere considerato il fratello minore del “Raggio del dolore” in quanto è in grado di lanciare una scossa elettrica di 50 mila volt per cinque secondi alla distanza di alcuni metri. L’inchiesta mostra uno dei tanti video scioccanti rintracciabili sul web che mostra le drammatiche immagini di un ragazzo colpito dallo elettroshock provocato dal “Taser “per il solo motivo di essersi rifiutato di mostrare il suo tesserino universitario. Lo scenario che viene delineato è quello di una modificazione della forma del potere, che potrebbe incidere sulle regole democratiche, se l’uso di questo sistema non sarà disciplinato secondo il più alto livello di garanzia dei diritti umani . Uno degli intervistati ha anche espresso il sospetto che la sperimentazione di questa arma sia stata appaltata a Paesi con un livello di garanzia dei diritti civili minore degli standard europei.

La possibilità che queste armi, al momento molto costose , possano con il tempo essere disponibili sul libero mercato, crea una forte preoccupazione per chi vuole mantenere alto il livello di libertà e di espressione democratica nei propri Paesi.

postato da: vogliopartire alle ore 17:23 | Permalink | commenti
categoria:notizie
mercoledì, 28 febbraio 2007
La libera università è stata statalizzata nell'anno accademico 2006/2007 proprio in corrispondenza con il suo cinquecentenario di fondazione...dal Ministro Mussi di questo governo.
postato da: vogliopartire alle ore 13:40 | Permalink | commenti
categoria:foto
mercoledì, 28 febbraio 2007

di Alessio Sgherza [e-mail]

Giornalisti iracheni a libro paga, valigette di denaro piene di dollari, radio sotto controllo americano. Sembra una spy-story la campagna di propaganda “coperta” che gli Stati Uniti stanno mettendo in pratica in Iraq, in un dopoguerra dove il ruolo dell’informazione è sempre più importante per convincere l’opinione pubblica a non appoggiare la lotta armata dei qaedisti di Al Zarqawi.

A rivelare che sui media iracheni finivano pezzi scritti dal Pentagono (o senza firma o con l’aiuto di giornalisti compiacenti) è stato, per primo, il Los Angeles Times (mercoledì 30 novembre), seguito a ruota dal New York Times (il primo articolo è del giorno seguente).

Ne è scaturita una tempesta politica, con gli alti gradi del Pentagono che hanno dovuto ammettere - in un colloquio con il senatore John W. Warner, presidente della commissione forze armate del Senato - di aver pagato i media iracheni “per piazzare articoli scritti da soldati americani” e che non sempre era chiara la provenienza di questi articoli.

Ma nell’inchiesta del LA Times e del NY Times c’è molto di più.

Avere le mani in pasta. Per capire come il Pentagono riusciva (e riesce) a “piazzare” i propri articoli, bisogna introdurre un nuovo attore: il Lincoln Group di Washington, un “team” che promette di (come si legge sul loro sito internet) “comunicare, informare, educare, cambiare percezioni e comportamenti” in quelle realtà dove l’obiettivo comunicativo è difficile da raggiungere. Ovvero paesi in cui sono in atto conflitti come Libano, Afghanistan, Colombia e, ovviamente, Iraq.

I burattinai dell'opinione pubblica

Oltre alla propaganda esplicita, per la quale il Lincoln Group ha vinto un appalto del Pentagono da 300 milioni di dollari, era compito della squadra di esperti anche fare da tramite fra l’esercito e i giornali iracheni.

Come riportato dal LA Times, alcuni funzionari dell’esercito hanno indicato come autore dei pezzi l’“Information Operations Task Force” a Baghdad (una sezione della forza multinazionale comandata dal generale John R. Vines). I pezzi erano poi tradotti in arabo negli uffici di Washington del Lincoln Group e inviati ai media iracheni o tramite internet o attraverso gli uomini sul campo che si occupavano della fase finale.

Pubblicità non segnalata. “La vita continua per gli iracheni nonostante il terrorismo”. Quest’articolo è comparso il 6 agosto su Al Mutamar, a pagina 2. Secondo alcuni documenti in possesso del LA Times, il Lincoln Group ha pagato 50 dollari per far pubblicare quest’articolo. Non c’era alcuna indicazione che il pezzo arrivasse dagli uomini del Pentagono.

Una cifra più alta (1.500 dollari) è stata pagata al quotidiano Addustour per pubblicare, il 2 agosto, un articolo dal titolo “Più denaro per lo sviluppo dell’Iraq”. Il direttore del giornale, Bassem Sheikh, ha dichiarato al LA Times di non avere idea che il pezzo arrivasse dall’esercito americano, ma lo ha comunque pubblicato distinguendolo da altri contenuti editoriali tramite una nota all'inizio ("Media services").

Un caso ancora più evidente, raccontato al LA Times dai redattori del quotidiano Al Mada, è avvenuto a Baghdad il 30 luglio. Un uomo si è presentato in redazione, con una valigetta piena di dollari, per far pubblicare un articolo dal titolo “I terroristi attaccano i volontari sunniti”. Secondo il racconto, l’uomo ha pagato in contanti, non ha voluto ricevute e non ha lasciato un recapito.

Pressione, non solo pubblicità. Le azioni del duo Pentagono-Lincoln Group non si fermano però all’acquisto di spazi sui media iracheni. Secondo quanto sostiene un alto funzionario dell’esercito, protetto con l’anonimato dal LA Times, la task force ha anche acquistato un giornale iracheno e “preso il controllo” di una radio. Quali sono le testate sotto controllo non è stato rivelato, per non mettere in pericolo chi ci lavora.

Un’altra fonte, citata dal NY Times, parla di una dozzina di giornalisti sul libro paga del Lincoln Group per pubblicare articoli pro-Usa in cambio di uno stipendio di migliaia di dollari ogni mese. “Queste persone – spiega la fonte anonima – sono stati scelte fra giornalisti che si erano dimostrati ‘non contrari’ alle autorità statunitensi.

Tutto vero e incompleto. “Noi non mentiamo. Noi rafforziamo i nostri reparti operativi con l’abilità di informare il pubblico iracheno, ma tutto è basato su fatti, non sulla finzione”. A parlare, sul NY Times, è il generale maggiore Rick Lynch, portavoce dell’esercito.

Effettivamente, gli articoli pubblicati sulla stampa irachena riportano solo fatti reali; gli uomini del Pentagono non inventano nulla, ma tendono a tralasciare quei fatti e quei commenti che potrebbero nuocere agli interessi americani nel paese.

Per fare un’esempio, un testo sull’industria del petrolio comincia con tre paragrafi copiati da un articolo pubblicato in Inghilterra su Al Hayat, un giornale arabo con sede a Londra. Alla versione pubblicata in Iraq mancava però una citazione del portavoce del ministro del petrolio, in cui si criticavano gli sforzi americani per la ricostruzione.

Predicare bene, razzolare male. Lynch, sempre nell’intervista al NY Times, ha difeso questa pratica perché anche Abu Musab Al Zarqawi, il numero uno di Al Quaeda in Iraq, utilizza i media per raggiungere “i propri obiettivi terroristici”. Ma, aggiunge Lynch, “le somiglianze terminano qui”, perché gli Stati Uniti stanno diffondendo informazioni veritiere.

Diversa l’opinione di un alto ufficiale dell’esercito americano, che ha parlato con il LA Times a condizione di restare anonimo: “Stiamo cercando di creare i principi della democrazia in Iraq. Ogni discorso che facciamo nel paese parla di questo. E con questi comportementi andiamo contro i principi base della democrazia”.

Anche perché in Iraq, gli Stati Uniti organizzano corsi di etica e di pratica del giornalismo sui modelli occidentali.

”Mentre il dipartimento di Stato – si legge sul NY Times - e l’Agenzia statunitense per lo sviluppo professionale pagano milioni di dollari per formare i giornalisti e promuovere media professionali e indipendenti, il Pentagono sta pagando molti altri milioni al Lincoln Group per un lavoro che sembra violare i principi fondamentali del giornalismo occidentale”.

Per fare degli esempi, in questi giorni 8 giornaliste irachene stanno partecipando al seminario “Il ruolo della stampa in una società democratica”. Nel 2005, decine di giornalisti hanno potuto partecipare a corsi simili. E il prossimo anno il programma proseguirà: in primavera sono previsti corsi sul ruolo dei media e sul giornalismo investigativo.

“Eticamente è indifendibile”. A parlare con il NY Times è Patrick Butler, vice presidente del Centro Internazionale per Giornalisti a Washington. Butler fa corsi di etica del giornalismo a reporter di paesi senza una storia di media indipendenti. “Così si dimostra al mondo che non si vive secondo i principi in cui si dice di credere, e si perde tutta la propria credibilità”.

Sconsolata la chiosa di Faleh Assam, giornalista di Al Mutamar, al LA Times: “Questa storia riflette le pessime condizioni in cui si trova il giornalismo in Iraq”.

E ora? A oggi, non risulta che alcuno stop ufficiale sia arrivato al Pentagono o al Lincoln Group per fermare queste pratiche.

 

Propaganda, la guerra non ne può fare a meno
(07/12/2005)

Giornalismo di stato: scandalo o prassi
(18/03/2005)

Guarda:

Le vignette comparse sui giornali Usa

 

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categoria:irak
mercoledì, 28 febbraio 2007

Un altro attacco Usa contro i media
Dahr Jamail e Ali al-Fadhily

BAGHDAD, 26 febbraio 2007 (IPS) - Ennesima incursione militare Usa contro i giornalisti iracheni. La settimana scorsa, soldati americani hanno attaccato e saccheggiato gli uffici del Sindacato iracheno dei giornalisti (ISJ) nel centro di Baghdad.

Dieci guardie armate sono state arrestate, 10 computer e 15 piccoli generatori elettrici destinati a famiglie di giornalisti uccisi sono stati sequestrati.

Non è il primo attacco delle truppe Usa contro i media in Iraq, ma stavolta il raid ha colpito il vero simbolo dell’informazione. Secondo molti iracheni, i soldati americani hanno fatto tutto il possibile per far passare il messaggio della loro leadership tra i giornalisti iracheni, cercando di fargli tenere la bocca chiusa su tutti gli sbagli dell’occupazione Usa.

”I messaggi degli americani sono stati molti, ma noi li abbiamo rifiutati tutti”, ha detto all’IPS Youssif al-Tamimi, dell’ISJ di Baghdad. “Hanno ucciso nostri colleghi, chiuso diversi giornali, arrestato centinaia di noi, e ora ci stanno sparando al cuore, attaccando i nostri quartier generali. Questa è la libertà di parola che abbiamo ricevuto”.

Alcuni giornalisti iracheni accusano il governo dell’Iraq.

”Quattro anni di occupazione, e gli americani commettono ancora errori così stupidi, seguendo il consiglio dei loro collaboratori iracheni”, ha detto all’IPS Ahmad Hassan, giornalista freelance di Bassora in visita a Baghdad. “Loro (i militari Usa) non hanno ancora imparato che i giornalisti iracheni alzeranno la voce contro queste azioni e manterranno la promessa fatta alla popolazione di cercare la verità e fargliela copcoscere, a qualunque costo”.

In Iraq cresce la convinzione che gli alleati Usa dell’attuale governo iracheno stanno spingendo i militari americani ad attaccare luoghi e persone che non appoggiano le direttive del Primo Ministro Nouri al-Maliki.

”Sono stati i nostri stessi colleghi iracheni a spingere gli americani in quel buco”, ha detto all’IPS Fadhil Abbas, produttore della televisione irachena. “Alcuni giornalisti che non sono riusciti a distorcere la verità, ora cercano di mettere a tacere chi la cerca, alterando le informazioni rivolte all’esercito Usa per trarre vantaggio della loro stupidità nella gestione dell’intera questione irachena”.

L’incidente è avvenuto appena due giorni dopo la consegna di un riconoscimento da parte del governo al Sindacato iracheno che protegge i giornalisti. Grazie al nuovo status, il sindacato aveva potuto accedere al suo conto bancario bloccato, e acquistare così nuovi computer e attrezzatura satellitare.

”Proprio quando il Sindacato ottiene un riconoscimento formale per il suo lavoro come associazione di professionisti indipendenti, i militari americani sferrano un attacco così brutale e gratuito”, dichiara Aidan White, segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti. “Oggi, chiunque lavori per i media e non sottoscriva la politica e le azioni Usa potrebbe essere a rischio”.

Il raid è stata una “scioccante violazione dei diritti del giornalisti”, ha detto White. “Negli ultimi tre anni più di 120 giornalisti iracheni, molti di loro membri del Sindacato, sono stati uccisi, e ora la loro aggregazione produce un atto di intimidazione arbitrario”.

”Gli americani e i loro sostenitori nel governo iracheno stanno distruggendo le attività sociali e le unioni civili, in modo che nessun gruppo si possa opporre ai loro crimini e piani”, ha detto all’IPS l’avvocato Hashim Jawad, 55 anni, del Sindacato degli avvocati iracheni a Baghdad. “La stampa è l’unico polmone rimasto per respirare la democrazia in questo paese, e lo hanno preso di mira”.

Anche la Press Emblem Campaign (PEC), associazione umanitaria indipendente con sede a Ginevra, che cerca di rafforzare la protezione e la sicurezza legale dei giornalisti nel mondo, ha duramente condannato il raid dei militari Usa.

L’organizzazione Reporter senza frontiere riferisce di almeno 148 giornalisti e operatori media uccisi in Iraq dall’inizio dell’invasione condotta dagli Usa nel marzo 2003.

Il gruppo compila ogni anno un Indice della libertà di stampa per tutti i paesi del mondo. Nel 2002, sotto il regime di Saddam Hussein, l’Iraq era al centotrentesimo posto. Nel 2006, l’Iraq è passato alla posizione 154.

Lo stesso indice aveva messo gli Usa al diciassettesimo posto nel 2002, per declassarlo alla posizione 56 nel 2006.

Il Tribunale di Bruxelles, gruppo di “intellettuali, artisti e attivisti che denunciano la ...guerra”, riporta nomi, date e circostanze nelle quali 191 professionisti dell’informazione di nazionalità irachena sono stati assassinati.

Il PEC e altri osservatori hanno chiesto al governo iracheno di istituire immediatamente un’indagine sull’attacco.

”Spero solo che l’amministrazione Usa e il nostro governo smettano di mentire sulla libertà in Iraq”, ha detto all’IPS Mansoor Salim, giornalista in pensione. “Che stupidi ad aver creduto alle loro dichiarazioni sulla libertà. Ammetto di essere stato anch’io uno di quegli stupidi”. (FINE/2007)

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categoria:irak
mercoledì, 28 febbraio 2007
Secondo il reale, è responsabile della pessima alimentazione dei bimbi
Nella sua azienda agricola niente pesticidi o fertilizzanti chimici

Il principe Carlo attacca McDonald's
"Vietiamoli nel Regno Unito"


<B>Il principe Carlo attacca McDonald's<br>"Vietiamoli nel Regno Unito"</B>

Il principe ad Abu Dhabi

LONDRA - Il principe Carlo contro i McDonald's. In una crociata per tutelare della salute dei bambini. Il reale inglese considera la grande catena di fast food una delle principali responsabili della pessima alimentazione dei più giovani, e vorrebbe vietarne l'accesso ai più piccoli. Il duro attacco dell'erede al trono - lanciato da Abu Dhabi e ripreso dalla stampa britannica - giunge in occasione dell'avvio di una campagna di sensibilizzazione (Diabetes Knowledge Action), sostenuta dallo stesso principe, per combattere il diabete negli Emirati Arabi, il secondo paese al mondo per numero di diabetici (20% di malati nella fascia d'età tra i 20 e 79 anni).

Al cospetto di scienziati e ricercatori dell'Imperial College London Diabetes Centre ad Abu Dhabi, che gli presentavano le nuove iniziative volte a migliorare gli standard alimentari del paese, Carlo ha risposto suggerendo la messa al bando della McDonald's. "Avete provato a vietare McDonald's? Sarebbe fondamentale", ha spiegato alla nutrizionista Nadine Tayara. Da sempre sostenitore dei cibi biologici e strenuo oppositore degli Ong, il principe dal 1986 possiede un'azienda agricola nella sua tenuta di Highgrove Estate dove sono banditi pesticidi e fertilizzanti chimici.

Le parole del principe - come prevedibile - non sono piaciute alla multinazionale statunitense che attraverso una portavoce ha fatto sapere di essere "estremamente dispiaciuta. Ci sembra un commento improvvisato, che non riflette la qualità del nostro menù né quello che facciamo come azienda". La portavoce ha aggiunto che il principe è "chiaramente non informato" di alcune scelte fatte dalla società, come le nuove e più complete etichette, la promozione dell'agricoltura sostenibile, e i cambiamenti nei valori nutritivi del menu, con più scelta e varietà. "Altri membri della famiglia reale hanno visitato un McDonald's più di recente e hanno un'immagine di noi più aggiornata", ha affermato.

Clarence House, l'ufficio di Carlo a Londra, ha diffuso successivamente un comunicato in cui si sottolinea che "il principe di Galles da tempo promuove l'importanza di una dieta bilanciata, in particolare per i bambini. Nel visitare il centro contro il diabete, voleva enfatizzare la necessità che i bambini mangino una gran varietà di alimenti, nessuno dei quali in eccesso".

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categoria:notizie
mercoledì, 28 febbraio 2007

 l'Italia è un paese di destra, dove la politica interna la fa il Vaticano e la politica estera la fa la CIA.

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categoria:italianiscostumati
mercoledì, 28 febbraio 2007

... E che doverosamente la dia
Categoria:televisione, scritto da stefano havana


sanremoNon so voi, ma per unmilionedieuro di compenso io pretendo che Michelle Hunziker, durante il Festival di Sanremo, la dia.
Poi potremo ritornare a parlarne. Che la dia e che la faccia anche vedere, annusare ed esaminare a tutta la prima fila e ai primi centomila abbonàti RAI. Per unmilionedieuro pretendo che Michelle Hunzikeer si cambi d'abito una volta al minuto senza perdere l'equilibrio, che lo presenti sempre e solo lei, il Festival, e che canti pure tutte le canzoni.

No, non mi voglio indignare per niente - dicono che spreco troppe energie per indignarmi del niente, ma che ci posso fare se proprio non ce la faccio a mandare giù certe cosacce brutte?, e poi anche voi, insomma, fate qualcosa, dite qualcosa, sì, dico a voi, lettori, per la miseria!, vi sembra normale? Vi pare una cifra normale? Unmilionedieuro porcogiuda! Pensate a vostra figlia piccola quanto dovrà lavorare per arrivare a una cifra simile: senza contare che a tre anni e mezzo sa fare già molte più cose di Michelle Hunziker e quasi tutte meglio! (ho detto quasi)

sanremo3Perciò, giuro, non mi voglio indignare per niente, giuro giuro giuro, però concedetemi questa piccola parentesi, minuscola, poi smetto, sì insomma fatemi fare il solito discorso amatissimo dell'io sono io e voi non siete un cazzo, epperò veniteci pure voialtri sotto questo ombrello e ditemi: non siete con me nell'avvertire un certo brividino d'indignazione maxima, uno scondinzolamento delle viscere che vorrebbe - sotto sotto - condurvi nei pressi della ridente cittadina ligure, diciamo, agli inizi della prossima settimana, armati di tutte quelle armi lì, quelle armi disegnate su quei cartelli che la gente portava in giro a Vicenza con una grossa X rossa disegnata sopra? Non vi viene urgenza di fare una cosa del genere e sparacchiare a casaccio (fiori) sulla folla con un fucile semi-automatico? Unmilionedieuro, per tutti i lelemora! Si merita unmilionedieuro, una tizia che è stata fidanzata con Eros Ramazzotti? Forse sì, per venirne fuori, indubbiamente certe cure sanremo1costano, ma dico io: unmilionedieuro? Cioè: duemiliardi! Ma chi la vuole Michelle Hunziker? Ecco, spiegatemi questo, solo questo, davvero, poi mi fermo, mi zittisco e mi metto qui, in quest'angolo buono buono. La vuole qualcuno? La stiamo strappando a un'agguerrita concorrenza transnazionale? E' stato fatto un sondaggio doxa? Lo ha detto il Papa? Con 400mila euro non si convinceva, forse? Diceva no? S'impuntava lei: o unmilionedieuro o me ne torno a Lugano.

Perciò: io pretendo che la dia. Ma che la dia a tutti, come dio comanda e indiscriminatamente. Pure al vincitore del premio della critica, se è il caso. E la giuria di qualità? C'è ancora la giuria di qualità? Se c'è ancora, allora che la dia anche alla giuria di qualità. Avete capito bene: anche alla giuria di qualità.

www.noantri.splinder.com

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categoria:notizie
mercoledì, 28 febbraio 2007
Jason Kunin
28/02/2007

L'autore dell'articolo che segue,  Jason Kunin  di Toronto, è membro di un gruppo chiamato Alliance of the concerned Jews of Canada  (Alleanza degli ebrei preoccupati del Canada). (1)
Questa lettera è stata firmata da altri membri.



Una rivolta dal basso è in corso nelle comunità ebraiche nel mondo; una rivolta che ha gettato nel panico le organizzazioni oligarchiche che da sempre si atteggiano a portavoce della comunità. L'ultimo segno di panico è la pubblicazione, dal parte dell'American Jewish Congress, di un saggio di Alvin H. Rosenfeld, intitolato «Il pensiero ebraico progressista e il nuovo antisemitismo» che accusa gli ebrei progressisti di suscitare, con le loro critiche ad Israele, una nuova ondata antisemita.
E' l'ultimo tentativo di identificare l'antisionismo all'antisemitismo, allo scopo di marginalizzare o far tacere le critiche ad Israele.
Questa tattica è largamente usata in Canada.
Bernie Farber, all'atto di essere nominato direttore del Canadian Jewish Congress, ha dichiarato che il suo scopo era di «educare i canadesi sul legame tra antisionismo e antisemitismo».
E' falso fingere, come fanno questi gruppi, che la comunità è unita a sostegno di Israele.
Un numero sempre più grande di ebrei nel mondo si unisce al coro di allarme per le condizioni sempre più degradate dei palestinesi nei Territori Occupati, e per lo stato economico e sociale inferiore della popolazione palestinese di Israele.
In un mondo dove il sostegno acritico ad Israele diventa sempre meno tollerabile, dato il disastro dei diritti umani che si accresce a Gaza e in Cisgiordania, i capi delle comuntà giudaiche fuori di Israele fanno quadrato, alzano il tono della loro retorica filo-israeliana, e demonizzano chi critica Israele.
Costoro sostengono che la crescente preoccupazione per Israele non nasce dalle azioni di questo Stato, ma da un aumento dell'antisemitismo.
Nonostante questo sforzo di assolvere Israele dalle sue responsabilità per il trattamento che infligge ai palestinesi, l'opposizione ebraica cresce e diventa più organizzata.
Il 5 febbraio, in Gran Bretagna, un gruppo che si chiama «Voci Ebraiche Indipendenti» (2) ha pubblicato sul Guardian una lettera aperta in cui prende le distanze da «coloro che pretendono di parlare per tutti gli ebrei inglesi e di altri Paesi [e che] mettono continuamente il sostegno verso un Paese occupante al disopra dei diritti umani del popolo occupato».
Fra i firmatari di questa lettera ci sono il premio Nobel per la letteratura Harold Pinter, il regista Mike Leigh, lo scrittore John Berger e molti altri.


Il premio Nobel per la letteratura nel 2005 Harold Pinter


Gruppi simili sono nati in Svezia (Jews for Israeli-Palestinian Peace), Francia (Union Juive Française pour la Paix, Rencontre progressiste Juive), in Italia (Ebrei contro l'occupazione), in Germania (Judische Stimmer fuer gerechten Frieden in Nahost), il Belgio (Union des Progressistes Juifs de Belgique), negli stati Uniti (Jewish Voice for Peace, Brit Tzedek, Tikkun, The Bronfman-Soros Initiative), in Sud Africa e in molti altri luoghi, fra cui l'organizzazione federale «European Jews for a just peace», ed entro la stessa Israele.
Criticare Israele «non» è antisemitismo, né «pesca nell'antisemitismo», espressione usata per dire la stessa cosa. […]
Ci sono antisemiti che sostengono Israele perché sono fondamentalisti cristiani, che vedono il ritorno dei giudei a Gerusalemme come la precondizione per il ritorno di Cristo e la conversione degli ebrei al cristianesimo, o perché sono xenofobi che vogliono togliersi dai piedi gli ebrei di mezzo a loro.
Ci sono antisemiti che prendono posizione pro e contro Israele.
E' sbagliato criticare tutti gli ebrei per le malefatte di Israele, ma la leadership di Israele e i suoi sostenitori nella Diaspora incoraggiano proprio questa veduta, in quanti identificano gli atti di Israele con l'intero popolo ebraico.
Ciò addossa il biasimo per i delitti di Israele sulle spalle di tutti gli ebrei.
Ma i critici ebrei di Israele dimostrano con le parole e con gli atti che la comunità giudaica non è monoliticamente a fianco di Israele.
Questi sostenitori di Israele dicono che Israele è obbligata a fare quello che fa - ossia distruggere le case della gente, tenerla sotto il tallone dell'occupazione, chiuderla in ghetti murati, brutalizzarla ogni giorno con incursioni militari e posti di blocco a sorpresa - per proteggere i suoi cittadini dalla violenza palestinese.


Ma la violenza palestinese ha le sue radici nel furto della terra che i palestinesi hanno subìto, nella deviazione della loro acqua, nella violenza dell'occupazione, nella umiliazione di veder considerata la propria esistenza una «minaccia demografica».
Per giustificare l'infinita occupazione e furto della terra palestinese, lo Stato ebraico e i suoi difensori tentano di negare le sofferenze palestinesi, ribattendo invece che il risentimento palestinese è basato non già sulla violenza israeliana, ma sull'Islam, sulla «mentalità araba», o su un mistico antisemitismo che sarebbe inerente alla cultura islamica.
Di conseguenza, la campagna a favore di Israele dipende da un'attiva disseminazione della islamofobia.
Non è sorprendente che la diffusione di odio in tal maniera infiamma i sentimenti anti-ebraici tra gli arabi e i musulmani.
Non è questo il metodo per rendere gli ebrei più sicuri.
Il popolo ebraico può aiutare a sventare gli effetti del comportamento di Israele, ma solo opponendosi apertamente ad esso.


Jason Kunin


Questa lettera notevole cita una quantità di gruppi ebraici critici verso Israele, anche in Italia.
Le voci sono effettivamente sempre più numerose; comprendono, oltre a premi Nobel come Harold Pinter a ad intellettuali di prima grandezza, anche notissimi finanzieri, come George Soros, e financo Edgar e Charles Bronfman, della famiglia di miliardari che ha capeggiato a lungo il Congresso Ebraico Mondiale.
(3)
E' indicativo che a queste voci non sia dato spazio sui grandi e liberi media media, che non vengano mai intervistati, che non si sappia neppure della loro  esistenza.
Anche queste personalità sono diventate, orwellianamente, non-persone.
Non ne ha mai parlato, ovvio, «Informazione Corretta», il sito dell'omo militante Pezzana che accusa noi, ogni giorno, di antisemitismo.
Informazione Scorretta.

Maurizio Blondet



Note
1) http://www.canpalnet-ottawa.org/index.html.
2) Il sito di questo gruppo è http://www.ijv.org.uk/. Vi si può trovare la lista completa dei firmatari.
3) Su questa nuova lobby ebraica di «colombe» ha scritto Amiram Barkat sul sito di Michael Chossudovsky.
4) http://www.mondialisation.ca/index.php?context=viewArticle&code=BAR20061013&articleId=3472.


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categoria:maurizio blondet
lunedì, 26 febbraio 2007
E Bush scommette
sul golpe a Teheran
 
 
George W. deve agire prima di lasciare la Casa Bianca perchè l'Iran è alle soglie del nucleare
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
George W. Bush si «occuperà dell’Iran prima di lasciare la Casa Bianca». Dietro le parole di Seymour Hersh, reporter investigativo del «New Yorker», vi sono due constatazioni. La prima è di intelligence: c’è una convergenza di massima fra i servizi occidentali sul fatto che Teheran entro tre anni, nel 2009-2010, potrebbe avere l’arma nucleare e dunque se Bush, che lascerà la Casa Bianca a fine 2008, non agirà ciò obbligherà il successore a farlo in tempi molto rapidi, quasi incompatibili con quelli necessari per assumere la guida dell’amministrazione. La seconda è politica: un presidente che ha definito la propria missione nella difesa dell’America da nuovi 11 settembre non può lasciare al successore la minaccia di un’arma atomica che Teheran potrebbe dare ai terroristi per colpire gli Usa. Da qui il consenso a Washington, negli ambienti diplomatici come militari, sul fatto che l’inquilino della Casa Bianca ha deciso di disinnescare il pericolo iraniano entro fine 2008, una data che alcuni anticipato a fine 2007 a causa della campagna presidenziale che inizia con le primarie dell’Iowa del 14 gennaio. Mettendo assieme indiscrezioni filtrate dall’amministrazione, articoli su soffiate mirate e i gossip che rimbalzano sulle rive del Potomac, le opzioni che Bush ha a disposizione sono quattro.

La prima è quella dei neocon dell’American Enterprise Institute, favorevoli a fornire più aiuti agli oppositori interni per scommettere su una rivoluzione pacifica di piazza simile a quelle in Ucraina, Georgia, Libano e Kyrghizistan e capace di mettere in fuga Ahmadinejad facendo leva sul desiderio di libertà degli iraniani e la forza di impatto di studenti e associazioni sindacali. Sarebbe lo scenario migliore per la Casa Bianca ma, come ha scritto Ken Pollack nel suo «Persian Puzzle», l’interrogativo è se «la rivoluzione arriverà prima della bomba atomica o viceversa». La seconda opzione è quella diplomatica, affidata a Condoleezza Rice già riuscita ad ottenere dal Consiglio di Sicurezza l’unanimità sulla risoluzione 1737: i nuovi negoziati sulla seconda risoluzione potrebbero irrigidire le sanzioni ma il positivo risultato di rafforzare la voce della comunità internazionale si annuncia già vanificato dalla determinazione con cui Teheran si fa beffa dell’Onu, definendola delegittimato perché «non rispetta i trattati internazionali in vigore».

Impossibilitato a scommettere sulla rivoluzione in tempi rapidi e dubbioso sul successo della diplomazia, il presidente ha la terza opzione nella ripetizone dell’«Operazione Ajax» che nel 1953 portò al rovesciamento di Mohammed Mossadegh - che puntava ad un neutralismo molto vicino a Mosca - sostituito da Reza Phalavi, lo Shah di Persia poi diventato alleato di ferro di Washington. Fu rovesciato grazie ad un’operazione congiunta dei servizi americani e britannici da manuale della Guerra Fredda e quanto sta avvenendo in questi giorni dentro ed attorno all’Iran suggerisce che una nuova operazione clandestina in grande stile sia iniziata. Dagli arresti di pasdaran a Irbil, alle tensioni fra corvette americane e iraniane nel Golfo, fino agli attentati sunniti nel Beluchistan si moltiplicano occasioni di pressione militare che ricordano le guerre sporche, non dichiarate che Usa ed Urss combattevano per procura in America Latina, Africa o Asia. D’altra parte attorno a Bush sono molti oggi gli uomini che vengono dalla vecchia Cia: il capo del Pentagono Bob Gates, il capo della Cia Michael Hayden ed il Direttore nazionale dell’Intelligence John Michal McConnell ma anche John Negroponte, da poco numero due della Rice, e James Baker, che nel rapporto sull’Iraq consigliò proprio di rifarsi ai precedenti sovietici per affrontare le nuove crisi del Medio Oriente. Ciò che tutti questi uomini hanno in comune è non solo un Dna di guerra e realpolitik ma anche il legame con l’ex capo della Cia, George H. Walker Bush, padre del presidente.

Questa terza opzione punta a sfiancare Ahmadinejad, facendolo apparire vulnerabile e pericoloso al punto da spingere un possibile rivale - come Rafsanjani - a rompere gli indugi e spodestarlo. Solo se anche questa strada dovesse risultare infruttuosa Bush potrebbe ricorrere alla quarta opzione, l’attacco aeronavale contro gli impianti per rimandare indietro il programma nucleare di 5-10 anni, consentendo così al successore di occuparsene con la calma necessaria. Lo schieramento militare Usa nel Golfo ha dunque un doppio fine: aumentare la pressione per favorire il golpe a Teheran e, se dovesse fallire, rendere possibile un blitz nel giro di 24 ore, proprio come suggerisce l’articolo di Hersh sul «New Yorker».

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lunedì, 26 febbraio 2007
Iran, potenze mondiali al lavoro su nuove sanzioni, dice Gb
lunedì, 26 febbraio 2007 7.13 161
 

LONDRA (Reuters) - Le potenze mondiali hanno dato oggi il via alle trattative sulle nuove sanzioni da adottare nei confronti dell'Iran, in un vertice in corso a Londra dopo che Teheran ha rifiutato di fare marcia indietro sulla strada per dotarsi di tecnologia nucleare, pur rinnovando il suo impegno a cercare una soluzione diplomatica alla crisi. Ne danno notizia oggi dei funzionari britannici.

"Abbiamo avuto una prima discussione produttiva sui prossimi passi da compiere... Abbiamo iniziato a lavorare sulla nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza", riferisce in un comunicato l'ufficio del ministero degli Esteri britannico.

"Siamo incoraggiati dalla serietà delle discussioni. Queste proseguiranno, con ulteriori contatti nel corso della settimana".


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lunedì, 26 febbraio 2007
Cheney cerca aiuto per la sicurezza in Afghanistan e Pakistan
lunedì, 26 febbraio 2007 4.48 138
 

BAGRAM, Afghanistan (Reuters) - Il vicepresidente Usa Dick Cheney ha fatto una visita a sorpresa in Afghanistan e Pakistan oggi per discutere della pianificata offensiva di primavera contro i talebani, dopo l'anno più violento dall'estromissione del gruppo estremista nel 2001.

Cheney ha chiesto al presidente pakistano Pervez Musharraf di aumentare gli sforzi per combattere i talebani e al Qaeda.

"Ha chiesto al presidente Musharraf che il Pakistan faccia di più", ha detto un funzionario pakistano dopo l'incontro tra Cheney e Musharraf al palazzo presidenziale.

Cheney è arrivato nella capitale pakistana dall'Oman, e dopo una pranzo viso a viso con Musharraf è volato alla base aerea di Bagram in Afghanistan, dove stasera si incontrerà con il presidente Hamid Karzai.

"Cheney ha espresso l'apprensione Usa per il raggruppamento di al Qaeda nelle zone tribali e ha chiesto di concentrare gli sforzi nel contrastare la minaccia", ha detto l'ufficio del presidente pakistano in una nota.

La visita di Cheney a Islamabad coincide con quella di Margaret Beckett, il ministro degli Esteri britannico. Anche Beckett ha incontrato Musharraf in mattinata.

Il New York Times ha scritto oggi che il presidente Usa George W. Bush ha deciso di mandare un insolito duro messaggio a Musharraf, ammonendolo che il nuovo Congresso a maggioranza democratica potrebbe tagliare gli aiuti se le sue forze non diventeranno più aggressive nella caccia ai membri di al Qaeda.

Una nota diffusa dall'ufficio di Musharraf ha detto che forze pakistane, afghane, Usa e Nato dovrebbero avere la responsabilità congiunta della sicurezza al confine.

Gli Usa hanno circa 27.000 soldati in Afghanistan, di cui 15.000 nella forza Nato e il resto in su missioni che vanno dall'anti-terrorismo all'addestramento.

La tappa di Cheney si aggiunge ad un viaggio in Asia durante il quale ha fatto visita a Giappone e Australia, due fedeli alleati Usa.


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lunedì, 26 febbraio 2007
Afghanistan, Gran Bretagna conferma invio altri 1.400 militari
lunedì, 26 febbraio 2007 5.11 137
 

LONDRA (Reuters) - La Gran Bretagna ha confermato oggi l'invio di altri 1.400 soldati per rafforzare le truppe impegnate in Afghanistan, portando il numero totale di suoi effettivi nel Paese a circa 7.700.

Lo ha annunciato oggi il segretario della Difesa Des Browne al Parlamento.

"In termini di numeri complessivi, questa disposizione aggiungerà circa 1.400 soldati, la maggior parte dei quali verranno schierati nel corso dell'estate", ha detto Browne.

L'anno scorso è stato il più letale da quando le forze a guida Usa hanno invaso il Paese nel 2001 per rovesciare il regime Talebano, accusato di aver ospitato Osama bin Laden e la sua rete militante di al Qaeda dopo l'11 Settembre.

La Nato, gli Stati Uniti e i Talebani hanno promesso di lanciare una massiccia offensiva in primavera, in un anno considerato cruciale per decidere le sorti dell'Afghanistan, un Paese ancora in crisi a più di cinque anni di distanza dalla caduta dei Talebani.

Browne ha spiegato che il governo ha preso la decisione dopo il fallito tentativo di persuadere i membri della Nato a inviare rinforzi nella provincia di Helmand, la regione meridionale dove l'anno scorso si è infiammata la rivolta dei Talebani insorti.


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lunedì, 26 febbraio 2007
CAPELLI GRIGI: A 20 COME A 50 ANNI, IL COLORE DEL 2008
  PARIGI - Secondo i ricercatori di stile e di tendenze diventerà una moda ed è già un fenomeno in costante crescita da diversi anni, rafforzato dal film 'Maria Antonietta', di Sofia Coppola.E' il trend dei capelli grigi, a 20 come a 50 anni: un look in sintonia con i principi in voga oggi dell' accettazione di sé, dell' aspirazione al benessere, alla serenità. Inoltre il grigio è un colore elegante, rassicurante, sottile, delicato, onesto, riposante. La più celebre delle belle dai capelli d' argento è Marie Sezner, la modella preferita di Christian Lacroix.

 "Accettarlo dà forza, un carattere che non è detto si abbia se si è tinte. Se per alcuni è un segno di vecchiaia, per altri è un marchio di personalità", ha detto la modella, ora quarantottenne e direttrice del salone di alta moda di Christian Lacroix. Il grigio è quindi bello, fa voglia, incuriosisce, secondo Shayda Debarry, 38 anni, che per strada l' accostano per "conoscere il mio segreto: come ottenere questa polvere di sale, come ritornare al colore naturale, quale trattamento è necessario".

 "Da piccola sognavo di avere i capelli tutti bianchi come mio nonno. Per ora sono color pepe sale. Questo colore dice molto di quello che sono. Voglio vedermi invecchiare naturalmente", ha aggiunto Shayda. Per Bernard Andrieu, professore di epistologia all' Università di Nancy, "confrontate ad un cambiamento naturale, queste donne lo fanno proprio e l' adottano in discorsi sia ideologici che estetici'.

 "Ideologicamente - ha spiegato Andrieu - rivendicando il determinismo della natura che nell' emergere si affianca agli standard imposti alla femminilità ed alla seduzione; esteticamente, imponendo una scelta che diviene poco a poco un nuovo codice. Nell' uno o nell' altro caso, è un modo di dire che non si vogliono più subire le norme culturali imposte al corpo". "I miei capelli sono tutti bianchi da quando ho vent' anni e non ho mai avuto voglia di tingerli", ha detto Chantal Hamaide, direttrice della rivista Intramuros. Per lei era "una civetteria, qualcosa di raro, singolare, originale, una forma di dandysmo".

"E' divertente avere i capelli bianchi quando si è giovane", ha aggiunto. "Continuo a vedere attraverso i miei capelli qualcosa che mi è proprio". Il gusto del naturale, l' inappetenza per le false apparenze, le imperfezioni che diventano qualità sono la caratteristica di sempre più donne, per Le monde, "giovani, belle, pimpanti, stilose, senza il complesso dei segni distintivi dell' età". Per un esperto interrogato da Le Monde, "il grigio sarà il leit-motif della primavera-estate 2008. Offre una multitudine di possibilità e di contrasti più sfumati, più interessanti, più profondi di quelli ottenuti dall' opposizione degli estremi. E' difficile essere sempre confrontati al dualismo bianco-nero, giovane-vecchio, bene-male. Il grigio ci dice che esiste dell' altro". 
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categoria:notizie
lunedì, 26 febbraio 2007

Bagdad, attentato al ministero del Lavoro
illeso il vicepresidente, sei morti

L'esplosione è avvenuta durante una cerimonia alla quale partecipava Abdul-Mahdi

Fotoreportage: la vita a Kabul
sei anni di guerra nella città ferita

Nel racconto della France Presse, il nuovo Afghanistan: le macerie, la forza di pace, i cinema che riaprono
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categoria:irak
lunedì, 26 febbraio 2007

SPETTACOLO INDECENTE...SE FOSSE ACCADUTO A DESTRA AVREMMO FATTO LE BARRICATE...PER CHIEDERE NUOVE ELEZIONI!

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categoria:linda
lunedì, 26 febbraio 2007
Martin Scorsese at the Oscar nominees' luncheon in 2003.L'OSCAR A MARTIN SCORSESE
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lunedì, 26 febbraio 2007
PREMIATO
Morricone commosso: "Amo mia moglie"
"Dedico questo Oscar a mia moglie Maria che mi ama tanto e che io amo. Questo è un premio anche per lei". E la voce di Ennio Morricone si rompe per l'emozione, mentre la moglie gli fa un saluto dalla platea. Il musicista italiano che, dopo cinque nomination, ha ottenuto finalmente l'Oscar alla carriera dall'Academy parla in italiano con un inedito Clint Eastwood nelle vesti di interprete. Dopo un filmato a lui dedicato e aver ricevuto la prima standing ovation della serata, Morricone si è inchinato alla platea con in mano la statuetta ringraziando l'Academy per l'onore e, ancora in italiano, ha detto:"devo ringraziare fortemente tutti quelli che hanno consentito di concedermelo e anche i registi che mi hanno dato la loro fiducia". Ma poi aggiunge:" il mio pensiero va anche a tutti quegli artisti che hanno meritato questo premio e che non l'hanno mai avuto. Questo Oscar sia per me non un punto di arrivo, ma un punto di partenza per migliorarmi al servizio del cinema e della mia personale estetica sulla musica applicata".
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